La formazione di Paolo – 3 – Antiochia

di Joachim Jeremias

Testo tratto da Joachim Jeremias, Per comprendere la teologia dell’apostolo Paolo, trad. it. G. Stella, Morcelliana, Brescia 1973 (ed. or. Stuttgart 1971).

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(3 – Continua da qui)

In relazione con la citazione dell’antica confessione di fede (1Cor 15,3.5), Paolo sottolinea il fatto che egli ne è debitore alla tradizione (v. 3: «vi trasmisi invero, prima di tutto, quanto anch’io [come tradizione] ho ricevuto») e che questa confessione per lui e per gli Apostoli in Gerusalemme era un possesso comune: «Tanto io, dunque, quanto essi così predichiamo» (v. 11).

In maniera del tutto analoga alla confessione di fede, Paolo introduce la sua citazione delle parole dell’ultima Cena di Gesù. Egli sottolinea di nuovo il fatto che esso gli è stato comunicato dalla tradizione (1Cor 11,23). Un’analisi linguistica fa vedere che Paolo si serve di una forma che si era strutturata nell’ambito semitico, ma che era stata poi grecizzata. A Paolo è dunque familiare una versione delle parole dell’ultima Cena, che ebbe la sua strutturazione caratteristica in un ambiente bilingue, al qual proposito molti argomenti si possono addurre a favore di Antiochia. Poiché là, nella capitale della Siria, la terza città per grandezza dell’impero romano, dopo Roma ed Alessandria, Paolo aveva già lavorato assieme con Barnaba prima dei suoi viaggi missionari (At 11,25 s.); da Antiochia era stato inviato in missione (13,1-3) ed a questa comunità che sosteneva il suo apostolato egli aveva sempre fatto ritorno (14,26; 15,30.35; 18,22; cf. Gal 2,11).

Un’immagine analoga ci offre l’analisi linguistica dell’Inno a Cristo in Fil 2,5-11. Essa permette di stabilire che Paolo non è l’autore dell’inno, ma che egli lo cita e che esso, in ogni caso, rinvia ad un ambito semitico-ellenistico.

Tutto ciò dimostra che Paolo era profondamente debitore della primitiva tradizione cristiana. Di ciò troviamo tracce in ogni pagina delle sue lettere, ed esse non si limitano affatto alle formule cristologiche o liturgiche o al patrimonio innologico. Io devo perciò limitarmi ad indicare un vasto campo nel quale Paolo, a differenza degli Apostoli di Gerusalemme, dipendeva interamente dalla tradizione: le parole di Gesù. Per cinque volte, Paolo afferma esplicitamente che egli cita parole di Gesù (1Ts 4,15-17; 1Cor 7,10; 9,14; 11,23-25; anche Rm 14,14 è da intendersi in tal senso) ed inoltre egli si riferisce spesso al messaggio di Gesù, senza nominarlo direttamente. Così, per fare un esempio, conosce l’appellativo a Dio ‘Abba’ (Rm 8,15; Gal 4,6), che negli scritti del tempo non è testimoniato in alcun testo all’infuori della preghiera di Gesù (Mc 14,36); sottolinea l’annuncio di Gesù su quel Dio che ama i peccatori (Rom 5, 8) [1] e chiama a sé non i sapienti, ma gli insipienti, non i forti ma i deboli, non coloro che sono riveriti ma i disprezzati (1Cor 1,26-29; cf. Mc 2,17; Mt 11,25 s.); egli ricorda inoltre l’ammonimento di Gesù, che non ha riscontro fuori del Vangelo: «Benedite coloro che vi perseguitano» (Rm 12,14; cf. Lc 6,28).

Avremmo dunque alfine trovato la chiave per la comprensione della teologia dell’apostolo Paolo: la tradizione cristiana primitiva? Sarebbe vera pazzia negare il valore fondamentale che la confessione di fede, la Cena del Signore e le parole di Gesù hanno rappresentato per Paolo. Eppure Paolo si è difeso appassionatamente contro l’opinione che la dipendenza dalla tradizione sia l’elemento ultimo e decisivo della sua posizione di cristiano e della sua teologia (Gal 1,10 – 2,21). Né Tarso, né Gerusalemme, né Antiochia ci offrono la chiave che stiamo cercando.

(3 – continua)

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Note

[1] Cf. J. Jeremias, Die Botschaft vom Vater (Calver Hefte, n. 92), Stuttgart 1968.