Paradossi del cristianesimo

Tutti i brani sono tratti da Gilbert K. Chesterton, Ortodossia, cap. VI, trad. it. R. Ferruzzi (Morcelliana, Brescia).

La complicazione del mondo moderno

La complicazione del mondo moderno prova la verità del credo più perfettamente che non i semplici problemi delle età della fede. Dal momento in cui uno accetta un credo, dev’essere orgoglioso della sua complessità come gli scienziati sono orgogliosi della complessità della scienza: ciò ne mette in rilievo la ricchezza.

Ora, questa involuta precisione delle cose rende difficilissimo fare quello che devo fare io: descrivere questa accumulazione di verità. È sempre ardua la difesa di una cosa di cui si sia interamente convinti. È facile, in confronto, quando uno sia soltanto parzialmente convinto. Uno è parzialmente convinto perché ha trovato questa o quella prova ed è in grado di esporla; ma quando si tratta di una teoria filosofica non si è convinti se si trova soltanto qualche cosa che ne prova la verità: si è realmente convinti soltanto se tutte le cose la provano.

E più si trovano ragioni che convergono verso una certa convinzione, più ci si trova confusi a doverle riassumere lì per lì. C’è, perciò, intorno ad ogni convinzione completa una specie di enorme impotenza.

Il credere è così importante che richiede molto tempo per entrare in azione; e l’esitazione sorge principalmente – cosa strana – dalla indifferenza sul punto da cui cominciare. Tutte le strade conducono a Roma: questa è una delle ragioni per cui molta gente non c’è mai stata… Orbene, tutto quanto avevo appreso in giovinezza di teologia cristiana, me ne aveva allontanato: a dodici anni ero pagano, a sedici completamente agnostico, e non posso capire come uno oltrepassi l’età di diciassette anni senza essersi posto un problema così semplice.

Conservai sempre, però, un oscuro rispetto per una divinità cosmica e un grande interesse storico per il fondatore del Cristianesimo; certo, lo considerai come uomo, sebbene forse pensassi che, anche su questo punto, Egli aveva un vantaggio su taluno dei suoi moderni critici. Lessi tutta la letteratura scientifica e scettica del mio tempo – quella almeno che potei trovare scritta in inglese e a portata di mano; e non lessi nient’altro: voglio dire nient’altro che seguisse altro indirizzo filosofico…

Non avevo letto mai una linea di apologetica cristiana; anche oggi ne leggo il meno possibile. Furono Huxley, Herbert Spencer e Bradlaugh, che mi ricondussero alla teologia ortodossa; essi seminarono nel mio spirito i primi forti dubbi sul dubbio. Le nostre nonne avevano pienamente ragione quando dicevano i “liberi pensatori” ci sconvolgevano la mente. Era vero. La mia, la sconvolsero in modo orribile.

Il razionalista mi costringeva a chiedermi se la ragione serva a qualche cosa; finito che ebbi di leggere Spencer, arrivai a dubitare (per la prima volta) se l’evoluzione si fosse mai verificata. E quando posai l’ultima delle conferenze atee del colonnello Ingersoll, un pauroso pensiero mi attraversò la mente: “Quasi quasi mi persuade ad esser cristiano”. Ero sulla via della disperazione.

Questo strano effetto dei grandi agnostici di suscitare dubbi più profondi del loro proprio dubbio potrebbe essere illustrato in parecchi modi. Ne prendo uno: quando lessi e rilessi tutto quel che di non-cristiano e di anti-cristiano era stato scritto sulla fede, da Huxley a Bradlaugh, un’idea lenta e tenace s’impresse gradualmente ma graficamente nel mio cervello – l’idea che il cristianesimo doveva essere una cosa straordinaria poiché non solo (a quanto io capivo) il cristianesimo aveva i più fiammeggianti vizi, ma aveva avuto evidentemente il mistico talento di combinare insieme vizi che parevano incompatibili l’uno con l’altro.

Era attaccato da tutte le parti e per motivi tutti contraddittori. Un razionalista aveva appena dimostrato che era troppo a levante e subito un altro dimostrava con altrettanta chiarezza che era ancora più a ponente. Non prima si era calmata la mia indignazione per la sua angolare e aggressiva quadratura che mi si chiamava ad avvertire e a deplorare la sua snervante e sensuale rotondità. Se qualche lettore non avesse fatto l’esperienza ch’io dico, ecco alcuni esempi, come mi vengono alla mente, di questa auto-contraddizione nella critica scettica […].

Ero stato colpito, per esempio, dall’eloquente attacco contro il Cristianesimo come cosa inumanamente oscura; perché io pensavo (ed ancora penso) che il pessimismo quando è sincero sia un imperdonabile peccato. Il pessimismo insincero è un accomodamento sociale, piacevole anzi che no; e fortunatamente quasi tutto il pessimismo è insincero. Ma se il Cristianesimo era, come diceva questa gente, puramente pessimistico e opposto alla vita, ero preparato a scaraventarlo giù dalla Cattedrale di San Paolo.

La cosa straordinaria era invece questa: che essi mi provavano nel Capitolo I (con mia completa soddisfazione) che il Cristianesimo era troppo pessimista; e poi nel Capitolo II cominciavano a dimostrarmi che era eccessivamente ottimista.

Un’accusa contro il Cristianesimo era che impediva agli uomini con morbose lacrime e terrori, di cercare la gioia e la libertà nel seno della natura; un’altra accusa era che confortava gli uomini con una fittizia provvidenza e li trastullava come bambini in una nursery bianca e rosa: un grande agnostico chiedeva perché la natura non potesse mostrare tutta la sua bellezza e perché ci fossero tanti ostacoli alla libertà; un altro obiettava che era l’ottimismo cristiano era una “veste d’illusioni tessuta da mani pietose” e che ci nascondeva la bruttezza della natura e l’impossibilità di esser liberi.

Un razionalista non aveva finito di chiamare il Cristianesimo un incubo che un altro si metteva a chiamarlo il paradiso di un idiota. Ciò mi scompigliava le idee: le accuse mi sembravano incoerenti.

Il Cristianesimo non poteva essere al tempo stesso una maschera nera su un mondo bianco e una maschera bianca su un mondo nero. La condizione del cristiano non poteva essere tanto comoda da essere una viltà l’aggrapparvisi, né tanto scomoda da essere una pazzia il rimanervi. Se falsificava la visione umana, doveva falsificarla per un verso o per l’altro: non poteva portare insieme gli occhiali verdi e gli occhiali color rosa. Io rimuginavo con terribile gioia, come tutti i giovani del mio tempo, l’insulto gridato da Swinburne contro l’aridità del Cristianesimo:

Hai vinto, o pallido Nazareno,
sotto il soffio del tuo respiro il mondo è triste e grigio.

Ma quando lessi le descrizioni che lo stesso poeta ci dava del paganesimo (come in “Atalanta”) conclusi che il mondo era, se possibile, più triste prima del respiro del Nazareno che dopo. Il poeta sosteneva, del resto, che la vita è per sé stessa come nera pece. E tuttavia, in qualche modo, il Cristianesimo l’aveva resa più nera. Lo stesso uomo che denunciava il Cristianesimo per il suo pessimismo era egli stesso un pessimista.

Pensai che ci dovesse essere qualche cosa di sbagliato; e mi attraversò la mente il pensiero che, forse, non potevano essere i migliori giudici dei rapporti della religione con la felicità quelli che, per loro dichiarazione, non avevano né l’una né l’altra. Ben inteso, non conclusi frettolosamente che le accuse fossero false o gli accusatori pazzi. Ne dedussi semplicemente che il Cristianesimo dovesse essere più esiziale e più cattivo di quanto lo dipingevano. Una cosa può avere due vizi opposti; ma deve essere, in tal caso, un’assai strana cosa. Un uomo può essere troppo grasso in un posto e troppo magro in un altro; ma sarà buffo.

A questo punto mi si presentò soltanto al pensiero l’idea che la religione cristiana avesse una forma bizzarra; non attribuii alcuna forma bizzarra al pensiero razionalistico.

Ecco un altro esempio della stessa specie. Sentivo che un forte argomento contro il Cristianesimo riposava sull’accusa che ci fosse qualche cosa di timido, di monacale, di non-virile in tutto ciò che si chiama “cristiano”, specialmente nel suo atteggiamento riguardo alla resistenza e alla combattività. I grandi scettici del diciannovesimo secolo furono virili nel senso più lato. In confronto, pareva sostenibile che ci fosse qualche cosa di debole e di passivo nell’insegnamento cristiano.

Il paradosso del Vangelo sull’“altra guancia”, il fatto che i preti non hanno mai combattuto, cento altre cose rendono plausibile l’accusa che il Cristianesimo è un tentativo di far diventare l’uomo simile a una pecora. Queste cose che avevo letto le credevo e, se non avessi letto altro, avrei continuato a crederle. Ma lessi qualche cosa di molto diverso: voltai la pagina del mio manuale agnostico e anche il cervello mi diede di volta.

Ora trovavo che bisogna odiare il cristianesimo non perché è troppo poco battagliero, ma perché lo è troppo: il Cristianesimo (a quanto pareva) era il padre delle guerre; il Cristianesimo aveva fatto del mondo un lago di sangue. Ero in collera coi cristiani perché non erano stati mai in collera; ora mi si diceva di essere in collera con loro perché la loro collera era stata la più enorme e orribile cosa della storia umana; aveva inondato la terra e oscurato il sole.

Quelli che rimproveravano al Cristianesimo la mansuetudine e la non-resistenza dei monasteri erano gli stessi che gli rimproveravano anche la violenza guerresca delle Crociate. In qual mondo di enigmi erano nate questa mostruosa criminalità e questa mostruosa mitezza? La forma del Cristianesimo diventava più bizzarra ad ogni istante.

Prendo un terzo esempio; il più strano di tutti perché implica la sola reale obiezione alla fede. La sola reale obiezione alla religione cristiana è semplicemente che è una sola religione. Il mondo è grande, pieno di popoli di diversa razza; il Cristianesimo (si può ragionevolmente dire) è un fatto limitato principalmente ad una sola area del mondo: cominciò in Palestina, si è praticamente fermato in Europa. Questo argomento quando ero giovane mi faceva la debita impressione, e mi sentivo molto attirato verso una dottrina spesso predicata nelle società etiche – la dottrina secondo la quale esiste una inconsapevole grande Chiesa di tutta l’umanità fondata sull’onnipresenza della coscienza umana.

I credi, si diceva, dividono gli uomini; la morale li unisce. Lo spirito può frugare nelle più strane e remote terre ed età, e troverà sempre un essenziale sentimento etico comune. Troverà sotto gli alberi di oriente Confucio che scrive “Tu non ruberai”; decifrerà i più oscuri geroglifici nel deserto e il loro significato sarà “I bambini non devono dire bugie”. Io credetti vera questa dottrina della fratellanza di tutti gli uomini nel possesso di un unico sentimento morale e la credo ancora – ma insieme con qualche cos’altro. Ero fortemente irritato verso il Cristianesimo perché ammetteva (almeno supponevo) che intere età ed imperi sfuggissero totalmente a questa luce di giustizia e di ragione.

Ma allora mi capitava un fatto sorprendente: trovavo che quelli che dicevano che l’umanità era una sola chiesa da Platone a Emerson erano gli stessi che sostenevano che la morale è sempre cambiata e che quel che era vero in un’età era falso in un’altra. Se io cercavo, mettiamo, un altare, mi si rispondeva che non ce n’è bisogno perché gli uomini nostri fratelli ci danno chiari oracoli ed una fede nelle loro universali consuetudini e idealità. Ma se timidamente osservavo che una delle universali consuetudini umane è quella di avere un altare, i miei maestri di agnosticismo mi giravano nel manico e dicevano che gli uomini sono sempre stati nelle tenebre superstiziose dei selvaggi.

La loro quotidiana offesa al Cristianesimo era che, mentre era stato la luce di un popolo, aveva lasciato tutti gli altri nell’oscurità; senonché era anche particolare vanto che la scienza e il progresso erano le scoperte di un solo popolo e che tutti gli altri erano immersi nelle tenebre. Quello che era un insulto per il cristianesimo doveva essere un elogio per loro, e sembrava esserci una strana malafede nella loro insistenza su queste due cose.

Se parliamo di un pagano o di un agnostico, siamo invitati a ricordare che tutti gli uomini hanno una religione; se parliamo di un mistico o di uno spiritualista, siamo invitati a considerare quali assurde religioni certi uomini abbiano avuto. Possiamo fidarci della morale di Epitteto perché la morale è sempre la stessa; non dobbiamo fidarci della morale di Bossuet perché la morale è cambiata. È cambiata in duecento anni, non in venti secoli. La cosa cominciava a diventare allarmante. Sembrava non tanto che il Cristianesimo fosse così cattivo da riunire in sé tutti i vizi, quanto piuttosto che ogni bastone fosse buono per bastonare il Cristianesimo.

A che dunque somigliava questa cosa stupefacente che tanti erano così ansiosi di contraddire da non badare se contraddicendola contraddicevano se stessi? Da tutti i lati vidi la stessa cosa. Non posso dedicare maggiore spazio alla discussione di questi dettagli; ma perché non si possa supporre che ho scelto i tre esempi che mi facevano comodo, ne scorrerò rapidamente alcuni altri.

Certi scettici hanno scritto che il gran delitto del Cristianesimo è di avere attaccato la compagine della famiglia: ha trascinato le donne alla solitudine e alla contemplazione del chiostro lontano dalle loro case e dai loro figli; senonché altri scettici (più avanzati) dicono che il gran delitto del Cristianesimo è di averci imposto la famiglia e il matrimonio, di aver sottoposto le donne alla schiavitù del focolare e dei figliuoli, vietando loro la solitudine e la contemplazione. L’accusa è nettamente rovesciata. Ancora dicono gli anticristiani che certe frasi delle Epistole o della Messa nuziale dimostrano il disprezzo per l’intelligenza della donna; senonché gli anticristiani stessi mostrano disprezzo per l’intelligenza della donna: quando dicono sogghignando che in chiesa nel Continente non ci vanno che le donne.

Ancora: si rimproverano al Cristianesimo le sue abitudini di nudità e di fame: i vestiti a sacco e i piselli secchi; un minuto dopo si rimproverano al Cristianesimo le sue pompe e i suoi riti, i suoi ciborî di porfido, i suoi paramenti d’oro. È oltraggiato perché troppo semplice e perché troppo colorato.

Ancora: il cristianesimo è sempre stato accusato di reprimere troppo la sessualità, mentre Bradlaugh il malthusiano ha scoperto che la reprime troppo poco. È spesso accusato nello stesso momento di circoscritta rispettabilità e di stravaganza religiosa. Sotto la copertina dello stesso pamphlet ateo, ho trovato la fede ripudiata per la sua disunione: “Uno pensa una cosa e uno un’altra”, e per la sua unità: “È la differenza di opinioni che preserva il mondo dallo sfacelo”.

Nella stessa conversazione un libero pensatore mio amico biasimava il Cristianesimo perché disprezzava gli ebrei e poi lo disprezzava perché ebraico. Io volli esser giusto allora, come voglio esser giusto ora; perciò non conclusi che l’attacco al Cristianesimo fosse infondato. Conclusi soltanto che se il Cristianesimo era falso, era falso davvero. Tante ostili ripugnanze possono concentrarsi su di una cosa, ma dev’essere una cosa veramente strana e solitaria. Ci sono degli avari che sono anche prodighi, ma sono rari; ci sono sensuali ascetici, ma sono rari. Ma se realmente esiste questo ammasso di folli contraddizioni, quacchero e assetato di sangue, troppo sfarzoso e troppo misero, austero e assurdamente ostentato alla concupiscenza degli occhi, nemico delle donne e loro pazzesco rifugio, solenne pessimista e sciocco ottimista, se questo male esiste c’è in questo male qualche cosa di supremo e di unico.

Non ho trovato nei miei maestri razionalisti nessuna spiegazione di una simile eccezionale corruzione. Il Cristianesimo (teoricamente parlando) non era ai loro occhi che uno degli ordinari miti ed errori dei mortali. Essi non mi davano la chiave di questa aggrovigliata e innaturale malvagità. Un tale paradosso di male raggiungeva la statura del soprannaturale: era quasi così soprannaturale come l’infallibiltà del Papa. Una istituzione storica che non è mai andata diritta è certo altrettanto miracolosa che un’istituzione che non possa andare storta. La sola spiegazione che mi si presentava subito alla mente era che il Cristianesimo non venisse dal cielo ma dall’inferno. In realtà, se Gesù di Nazareth non era Cristo, doveva essere l’Anticristo.

E allora, in un momento di quiete…

E allora, in un momento di quiete, un strano pensiero mi colpì come un fulmine a ciel sereno: s’era improvvisamente presentata al mio spirito un’altra spiegazione. Una riprova di questa idea la trovavo chiedendomi se in qualcuno di questi accusatori non ci fosse qualche cosa di morboso che potesse spiegare l’accusa: ero colpito dal fatto di vedere che la chiave funzionava bene.

Per esempio, era certamente strano che il mondo moderno accusasse il cristianesimo di austerità corporale e al tempo stesso di artistica sfarzosità; ma allora era anche strano, molto strano, che il mondo moderno combinasse un’estrema lussuria corporale con un’estrema assenza di capacità artistica. L’uomo moderno pensa che gli abiti di Becket fossero troppo ricchi e i suoi pasti troppo poveri; ma l’uomo moderno è eccezionale nella storia: nessuno ha mai consumato pranzi così raffinati in più brutti panni.

L’uomo moderno trovava la Chiesa troppo semplice, esattamente dove la vita moderna è troppo complessa; trovava la Chiesa troppo fastosa, esattamente in quanto la vita moderna è troppo tetra. L’uomo a cui non piacevano le semplici vigilie e feste andava matto per gli antipasti; l’uomo a cui non piacevano le toghe indossava un paio di calzoni assurdi; e veramente se in questa materia c’è qualche cosa di ridicolo è nei calzoni, non in un semplice manto che cada giù; se c’è qualche cosa di anormale è negli stravaganti antipasti, non nel pane e nel vino.

Esaurii tutti i casi e vidi che la chiave era buona per tutti. Che Swinburne s’irritasse per l’infelicità del Cristianesimo e s’irritasse anche di più per la sua infelicità, si spiega facilmente: le complicazioni morbose non erano nel Cristianesimo ma in Swinburne. Le privazioni dei cristiani lo angustiavano semplicemente perché era più edonista di quanto un uomo sano debba essere; la fede dei cristiani lo urtava perché era più pessimista di quanto un uomo sano debba essere […].

Nondimeno, lo sentivo bene, non poteva esser vero che il Cristianesimo fosse un fatto di pura sensibilità e stesse nel giusto mezzo. C’era realmente in esso un elemento di enfasi e di esaltazione che giustificava le superficiali critiche degli anticlericali. Poteva esser saggio, io cominciavo a crederlo ogni giorno più, ma non di una saggezza come la intende il mondo: non era soltanto temperato e rispettabile. I suoi superbi crociati e i suoi umili santi potevano bilanciarsi gli uni con gli altri; e i crociati erano oltremodo superbi, mentre i santi erano oltremodo umili, umili al di là di ogni decenza […].

Qui seguirò questa idea soltanto in rapporto alla morale; ma non è necessario ricordare al lettore che l’idea di questa combinazione è centrale nella teologia ortodossa. La teologia ortodossa ha infatti specialmente insistito su questo: che Cristo non è un essere diverso da Dio e dall’uomo, come un elfo, e nemmeno mezzo umano e mezzo no, come un centauro, ma tutt’e due le cose insieme e tutt’e due onninamente, vero uomo e vero Dio. Ed ora vorrei delineare questa nozione, così come io l’ho scoperta. Ogni uomo sano può vedere che la sanità è una forma di equilibrio: uno può esser pazzo a mangiar troppo, come a mangiar troppo poco […].

Ammesso che tutti dobbiamo conservare un equilibrio, quello che interessa è la questione del come questo equilibrio possa esser conservato. Questo è il problema che il paganesimo si provo a risolvere; questo è il problema che io penso sia stato risolto – e risolto in stranissima guisa – dal cristianesimo. Il Paganesimo affermava che la virtù è in un equilibrio; il Cristianesimo ha affermato che è in un conflitto: la collisione di due passioni manifestamente opposte: non incompatibili, ben inteso, ma tali che sia difficile tenerle insieme.

Prendiamo il caso del coraggio. Niente ha mai scombussolato tanto i cervelli e ingarbugliato le definizioni quanto la saggezza puramente razionale. Il coraggio è quasi una contraddizione in termini: significa un forte desiderio di vivere che prende l’aspetto di una corsa alla morte. “Colui che getterà la sua vita, quegli si salverà”, non è una formula di misticismo per i santi e per gli eroi: è un consiglio di quotidiana utilità per i marinai e per gli alpinisti: potrebbe essere stampato in una guida alpina o in un manuale di manovra.

In questo paradosso è tutto il principio del coraggio; anche del coraggio più terrestre e brutale. Un uomo tagliato fuori dal mare può salvarsi se rischia la vita sul precipizio; può sfuggire alla morte rasentandola di momento in momento. Un soldato circondato dai nemici, se vuole aprirsi il varco, deve unire un forte desiderio della vita ad una strana negligenza della morte; non deve soltanto aggrapparsi alla vita, poiché allora sarebbe un codardo e non avrebbe scampo; non deve soltanto attendere la morte, perché allora sarebbe un suicida e non avrebbe scampo: deve cercare la vita in uno spirito di furiosa indifferenza per essa; deve desiderare la vita come l’acqua e bere la morte come il vino.

E qui mi accorsi che questa duplice passione era la chiave cristiana della morale – dovunque. Il credo riduceva ad un temperamento il silenzioso crollo di due impetuose emozioni. Il cristianesimo ha cercato, con questo strano espediente, di salvarle tutt’e due. Ha separato le due idee e le ha spinte all’esagerazione. Per un verso l’uomo sarebbe stato più orgoglioso che non fosse mai stato prima; per un altro sarebbe stato più umile. In quanto sono l’uomo, sono il re delle creature; in quanto sono un uomo, sono il primo dei peccatori […].

San Francesco, lodando tutte le cose, può essere un ottimista più entusiastico di Walt Whitman; San Girolamo, denunziando ogni cosa come male, può tingere il mondo di nero più di Schopenhauer. Sono due sentimenti liberi perché entrambi tenuti al loro posto. Così di tutti i problemi morali, dell’orgoglio, della vendetta, della compassione.

Per definire la sua dottrina fondamentale, la Chiesa non solo tenne una vicina all’altra cose verosimilmente inconciliabili, ma – più ancora – permise loro di erompere in una specie di artistica violenza altrimenti impossibile se non agli anarchici… Così la duplice accusa degli anticlericali, mentre non getta che confusione e oscurità su di loro, getta viceversa una reale luce sulla fede.

È vero che la Chiesa storicamente ha insieme esaltato il celibato ed esaltato la famiglia, è stata insieme (per così dire) aspramente contro l’aver figli e aspramente contro il non averne. Ha tenuto questi due principi uno a lato dell’altro, come il rosso e il bianco sullo scudo di San Giorgio. Ha sempre avuto un salutare orrore per il roseo; odia questa combinazione di due colori che costituisce il debole espediente dei filosofi; odia la gradazione dal nero al bianco che equivale al grigio sporco.

Tutta la teoria della Chiesa in fatto di verginità può esser simboleggiata nella definizione che il bianco è un colore, non l’assenza di colore. Tutto quel che io sto dimostrando può esprimersi dicendo che il Cristianesimo ha cercato nella più parte dei casi di conservare i due colori insieme ma distinti: non è un miscuglio come il rossetto o la porpora; è piuttosto come la seta cangiante che è sempre ad angoli retti ed ha per modello la croce.

Lo stesso è da dire delle contraddittorie accuse degli anticristiani circa la sottomissione e l’omicidio. Si suol dire, specialmente negli ambienti tolstoiani, che quando il leone giace con l’agnello diventa simile all’agnello; ma questa sarebbe una brutale annessione imperialistica da parte dell’agnello: vale a dire che l’agnello assorbirebbe puramente e semplicemente il leone invece di essere il leone a mangiare l’agnello.

Il vero problema è: Può il leone giacere con l’agnello e conservare ancora la sua regale ferocia? Ecco il problema in cui la Chiesa si è cimentata, il miracolo che ha compiuto. Questo è ciò che ho chiamato indovinare le nascoste eccentricità della vita […].

Sopravvalutano il Cristianesimo quelli che dicono che ha scoperto la pietà: chiunque potrebbe scoprire la pietà: ognuno infatti l’ha scoperta. Ma scoprire il modo di essere pietosi e anche severi – ciò significa scoprire uno strano bisogno della natura umana: nessuno pretende di essere perdonato per un peccato grosso come se fosse piccolo. Ognuno può dire che noi non siamo né perfettamente miserabili né perfettamente felici; ma trovare fin dove uno può esser miserabile senza rendersi impossibile esser felice – questa, in psicologia, sarebbe una scoperta.

Chiunque può dire: “Né essere spavaldi né umiliarsi”, e sarebbe un limite; ma il dire: “Qui potete essere spavaldi e qui potete umiliarvi” è un’emancipazione. Questo è quanto fa il Cristianesimo, al tempo stesso più disorientato e più interessante dell’impero pagano, così come la Cattedrale di Amiens non è più bella ma più interessante del Partenone. Chi vuole una dimostrazione moderna di questa verità, pensi al fatto curioso che, sotto il Cristianesimo, l’Europa (pur rimanendo unita) si è frazionata in nazioni individuali. Il patriottismo è un perfetto esempio di questo voluto equilibrio di un’esaltazione contro un’altra. L’istinto dell’impero romano avrebbe detto: “Voi sarete tutti cittadini romani e diverrete uguali; i tedeschi siano meno tardi e meno remissivi; i francesi meno impulsivi e sperimentali”. L’istinto dell’Europa cristiana dice: “Che i tedeschi restino pure tardi e riverenti e i francesi possano in piena sicurezza tentare ogni esperimento. Faremo di questi eccessi un contrappeso. L’assurdità che si chiama Germania correggerà la follia che si chiama Francia”.

Infine (cosa più importante di tutte) questo fatto spiega quel che della storia del Cristianesimo resta inesplicabile a tutti i critici moderni; voglio dire le mostruose guerre intorno a minuscole questioni di teologia, i terremoti di emozione per un gesto o per una parola. C’era la differenza di un pollice, ma un pollice è tutto quando si tratta di raggiungere un equilibrio.

La Chiesa non può sgarrare di un capello se deve continuare il suo grande e rischioso esperimento di irregolare equilibrio. Una volta lasciato che un’idea perda di potenza, un’altra idea diventerà troppo potente. Non è un gregge di pecore che il pastore cristiano deve guidare, ma un’orda di bufali e di tigri, di ideali terribili e di dottrine divoranti, ognuna abbastanza forte per trasformarsi in una falsa religione devastare il mondo.

Non dimentichiamo che la Chiesa si affermò specificamente per le sue idee pericolose: fu una domatrice di leoni. L’idea della nascita dallo Spirito Santo, della morte di un Essere divino, del perdono dei peccati, dell’adempimento delle profezie sono tutte idee che (ognuno lo comprende) basta un tócco per trasformarle in qualche cosa di blasfemo e di feroce. Il più piccolo anello che avessero lasciato cadere gli artefici del Mediterraneo, subito il leone del pessimismo ancestrale avrebbe spezzato le sue catene nelle dimenticate foreste settentrionali. Ma di queste eguaglianze teologiche parlerò più avanti; qui basta notare che se qualche piccolo errore fosse stato commesso nella dottrina, enormi ne sarebbero state le conseguenze sull’umana felicità.

Un periodo erroneamente formulato sulla natura del simbolismo avrebbe distratto tutte le più belle statue d’Europa; una svista nelle definizioni poteva arrestare tutte le danze, poteva far seccare tutti gli alberi di Natale e rompere tutte le uova di Pasqua. Le dottrine devono essere definite entro limiti rigorosi, anche perché l’uomo possa godere delle generali libertà umane. La Chiesa deve avere tutte le cure se si vuole che il mondo possa essere senza cura. Questo è il sensazionale romanzo dell’ortodossia.

Taluni hanno preso la stupida abitudine di parlare dell’ortodossia come di qualche cosa di pesante, di monotono e di sicuro. Non c’è, invece, niente di così pericoloso e di così eccitante come l’ortodossia; l’ortodossia è la saggezza, e l’esser saggi è più drammatico che l’esser pazzi; è l’equilibrio di un uomo dietro cavalli che corrono a precipizio, che pare si chini da una parte, si spenzoli da quell’altra, e pure, in ogni atteggiamento, conserva la grazia della statuaria e la precisione dell’aritmetica.

La Chiesa nei primi tempi fu superba e veloce come un cavallo da guerra; ma è assolutamente antistorico dire che essa seguì puramente il dirizzone di una idea – come un volgare fanatismo. Essa deviò a destra e a sinistra con tanta esattezza da evitare enormi ostacoli; lasciò da un lato la grande mole dell’arianismo, dall’altro tutte le forze del mondo che volevano rendere il Cristianesimo troppo mondano, un momento dopo troppo allontanato dal mondo.

La Chiesa ortodossa non scelse mai le strade battute, né accettò i luoghi comuni; non fu mai rispettabile. Sarebbe stato facile accettare la potenza terrena degli ariani; sarebbe stato facile, nel calvinistico diciassettesimo secolo, cadere nel pozzo senza fondo della predestinazione.

È facile esser pazzi; è facile essere eretici; è sempre facile lasciare che un’epoca si inetta alla testa di qualche cosa, difficile è conservare la propria testa; è sempre facile essere modernisti, come è facile essere snob. Cadere in uno dei tanti trabocchetti dell’errore e dell’eccesso, che, da una moda all’altra, da una sètta all’altra, sono stati aperti lungo il cammino storico del Cristianesimo – questo sarebbe stato semplice.

È sempre semplice cadere: c’è un’infinità di angoli da cui si cade, ce n’è uno soltanto a cui ci si appoggia. Perdersi in un qualunque capriccio, dallo Gnosticismo alla Teosofia, sarebbe stato ovvio e banale. Ma averli evitati tutti è l’avventura che conturba; e nella mia visione il carro celeste vola sfolgorante attraverso i secoli, mentre le stolide eresie si contorcono prostrate, e l’augusta verità oscilla ma resta in piedi.