“Maranatha”: una formula enigmatica

di Antonino Romeo

L’articolo corrisponde alla voce «Maranatha», in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano 1948-1954, vol. VIII, coll. 3-4.

Maranatha è una locuzione aramaica, usata da san Paolo nella chiusa della Prima lettera ai Corinzi (16,22). Non la traduce per i suoi destinatari greci, il che suppone che la formula, derivante dalla prima comunità palestinese, dovesse essere in uso nella liturgia (come hosanna, amen).

Il senso è oggi controverso. Gli antichi intendevano māran ’athā’, «Il Signore nostro è venuto», che deve avere il senso di «è presente tra noi». Molti moderni preferiscono leggere māranā’ thā’, «Signore nostro, vieni!», nel senso di Apocalisse 22,20 (e di Matteo 6,10). Nei codici unciali e nelle versioni armena e bohajrica maranatha è scritto senza separazione. I codici greci recenti e tutte le edizioni dividono come la Peshitta e la Vulgata (gr. maràn athá).

Il Crisostomo (PG 61, 377), Teodoreto (PG 82, 373), san Giovanni Damasceno (PG 95, 705) e Teofilatto (PG 124, 793) interpretavano: «Il Signore è venuto». L’ipotesi di G. Bickell, che per primo (in Zeitschr. f. kath. Theologie, 8 [1884], p. 403) lesse māranā thā’ (imperativo thā’, in luogo del perfetto ’athā’), è seguita da G. Dalman, Th. Nöldeke, R. Cornely, Ph. Bachmann, H. Lietzmann, F. Gutjahr, C.J. Callan, A. Schweitzer, B. Allo, J. Huby. La traduzione «Il Signore nostro viene» (J. Weiss, L. Toussaint, A. Lemonnyer, etc.) è erronea.

Dopo A. Klostermann, che interpretava «Il Signore nostro è il segno (’athā’ = ebr. ’ôth)» come formula usata dai cristiani nel darsi il bacio fraterno, E. Hommel vede in questo «segno» la prima e l’ultima lettera (’aleph – tau; corrispondente di alfa e omega). Anche Didaché 10,6 usa maranatha senza tradurlo, al termine della preghiera eucaristica con amen; è ripetuto in Const. Apost., VII, 26, 5 con hosanna (ed. F.X. Funk, I, pp. 414 s.).

L’origine certamente palestinese di questa formula liturgica dimostra, contro la tesi di W. Heitmuller e di W. Bousset, che l’applicazione a Gesù del titolo «Signore» (aram. māre’) e «Signore nostro» (aram. māran e māranā) non ebbe inizio nelle Chiese del mondo ellenistico sotto l’influsso del paganesimo ambientale. La formula maranatha appare connessa con la celebrazione dell’Eucaristia, sia che affermi la presenza di Gesù, sia che esprima il desiderio del suo ritorno (cfr 1Cor 11,26, e 11,27-32 per l’anatema).

Per la vicinanza con anathema, maranatha vi si aggiunse per rinforzarlo, e divenne fin dal sec. IV una solenne formula di anatema. L’Ambrosiastro (sec. IV) spiega anathema maranatha: «Si quis Dominum Iesum, qui venit, non amat, abscindatur. Maranatha enim “Dominus venit” significat» (PL 17, 290). Un’iscrizione sepolcrale di Salamina del sec. IV o V (CIG, IV, 9303) scaglia l’anathema maranatha. Così il III Concilio di Toledo (589), can. 18 (PL 84, 348), e il IV Concilio di Toledo (633), can. 75 (PL 84, 385), ove anathema maranatha è interpretato «perditio in adventum Domini» (come Pseudo Isidoro: PL 82, 745, e già sant’Eucherio: PL 50, 815). Nel medioevo questo tremendo anatema ricorre in bolle papali, episcopali, abbaziali (Ch. Du Cange, Glossarium med. et inf. lat., IV, Parigi 1845, p. 270).

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Questa voce fa parte del Progetto Enciclopedia Cattolica.

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