Paolo e l’esperienza della conversione

Anselm Grün, monaco benedettino dell’abbazia di Münsterschwarzach, in Germania, è noto come uno dei più fecondi e apprezzati autori di spiritualità. Lo abbiamo intervistato su Paolo, cercando di far emergere la sua particolare prospettiva di direttore spirituale e di terapeuta.

Padre Anselm, lei ha recentemente dedicato alla figura dell’Apostolo delle Genti un piccolo ma prezioso libro: Paolo e l’esperienza religiosa cristiana (la traduzione italiana è recentissima, del 2008): potrebbe spiegare ai nostri lettori, che sono in gran parte abituati a un approccio di tipo storico-esegetico, la sostanza del suo metodo di analisi? Cosa l’ha spinta, in particolare, ad occuparsi di Paolo?

«Il mio approccio ai testi della Sacra Scrittura è sempre accompagnato da una domanda: quale tipo di esperienza spirituale sta dietro a queste parole? Accostandomi ai Vangeli, ad esempio, cerco di tradurne il messaggio nel linguaggio del nostro tempo, avvalendomi degli strumenti interpretativi offerti dalla psicologia del profondo. Nelle parole di Paolo in cui l’aspetto teologico è dominante, tuttavia, questo genere di approccio non basta; ma tengo sempre sotto gli occhi la conoscenza psicologica, perché l’insegnamento di Paolo deve essere compreso e fatto proprio dagli uomini d’oggi. In definitiva, mi muovo a partire da due interrogativi: quale esperienza ha fatto san Paolo? E quanto ci aiutano le sue parole a vivere oggi da cristiani, sperimentando l’effetto terapeutico del messaggio di Cristo? Da questo punto di vista, Paolo è indubbiamente stimolante, anche perché su di lui si è scritto e si scrive moltissimo secondo una prospettiva teologica, mentre si trascurano tanti aspetti della sua concreta esperienza di fede».

Nel suo libro, Lei si sofferma giustamente sull’evento centrale della vita di Paolo, su ciò che sta al cuore della sua esperienza religiosa: la conversione. Gli Atti degli apostoli narrano l’episodio per tre volte, e Paolo stesso vi fa riferimento in vari luoghi delle lettere. La sua esperienza di “convertito”, nei secoli, ha assunto quasi un carattere paradigmatico, potremmo dire “archetipale”. In che modo, secondo Lei, quest’esperienza parla agli uomini d’oggi?

«La conversione di Paolo ha davvero un carattere archetipale. Capita spesso, anche oggi, di trovarsi in situazioni di crisi, che sembrano far crollare l’intero edificio della nostra esistenza. La nostra visione della vita s’incupisce e si fa oscura. Per me, allora, è di conforto l’idea che Paolo abbia incontrato Dio proprio in un momento simile, quando non vedeva nulla. Nell’offuscamento della sua visione religiosa, gli si è rivelato il mistero di Dio. Quando il suo modo di pensare in termini di merito e di auto-affermazione si è inceppato ed è entrato in crisi, l’apostolo ha sperimentato in modo liberante il mistero della grazia di Dio: di ciò che riceviamo gratuitamente da Dio, senza bisogno di un contraccambio. Questo pensiero legato al rendimento e al profitto lo conosciamo bene anche noi, in questi tempi. Ed è qui che può affacciarsi la percezione dell’amore incondizionato di Dio. Il simbolo di questo amore incondizionato, per Paolo, è la croce di Gesù Cristo».

Non c’è il rischio di proiettare su una personalità del mondo antico le categorie della psicologia moderna?

«Certo, dobbiamo guardarci dal descrivere l’esperienza di Paolo con le categorie della psicologia moderna. Ma quando ci accostiamo oggi al suo messaggio, lo facciamo sempre con le nostre conoscenze psicologiche. Per questo è indispensabile, e in fondo inevitabile, tradurre i pensieri e le parole di Paolo nel nostro linguaggio. Qui può venirci in aiuto la psicologia moderna. Ma è di vitale importanza, comunque, non limitare il messaggio dell’apostolo alla sola dimensione psicologica, non fissarsi troppo su di essa: l’indagine psicologica è soltanto uno strumento, che ci aiuta a scoprire in modo nuovo la profondità terapeutica e mistica del messaggio paolino».

Nel primo capitolo della sua Lettera ai Galati, Paolo ripercorre rapidamente le tappe che lo hanno portato alla conversione: «Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri…» (Gal 1,13-14). La condotta dell’apostolo prima dell’incontro con Cristo è tratteggiata a tinte forti, attraverso due atteggiamenti fondamentali: la persecuzione dei credenti in Gesù e il senso di superiorità nei confronti di “coetanei” e “connazionali”. Cosa possiamo dedurre da questo autoritratto? Come si lega questo “prima” a quel “dopo”?

«Paolo viveva la propria religiosità in modo legalistico, secondo un’“ansia da prestazione pia”. Anche noi, molto spesso, usiamo la devozione religiosa per porci un gradino sopra gli altri, per affermarci di fronte al mondo. La usiamo per confermare noi stessi. Tutto questo, in Paolo, viene però annientato e trasformato dalla conversione. Paolo si era fatto persecutore di quanto già lo attraeva, seppure inconsciamente. La libertà testimoniata da santo Stefano, il primo martire, lo aveva affascinato e sedotto. Ma Paolo non poteva ammetterlo: perché questa libertà metteva a repentaglio l’immagine di Dio ch’egli stesso si era costruito. Capita anche a noi di non voler riconoscere ciò che si agita nel nostro cuore: al punto tale che cerchiamo con ogni mezzo di cacciarlo lontano dalla vista. Paolo, però, è stato trasformato dalla conversione. Il suo vecchio modo di ragionare continuerà ad accompagnarlo, anche se in termini positivi: ora egli fa tutto per Gesù Cristo e per la diffusione del Vangelo. La struttura psichica precedente non gli è più di peso, ma diventa una benedizione per tutti. Anche noi, con la nostra storia personale, possiamo diventare una benedizione per gli altri».

Lei faceva riferimento, in un suo scritto, a «forme di spiritualità che possono farci ammalare… Chi si identifica con ideali elevati, corre sempre il pericolo di lasciar da parte la propria realtà… Ciò che non si vuole ammettere in se stessi viene rimosso o represso». È stato questo, secondo Lei, il “dramma” personale del Paolo pre-cristiano?

«Sì, Paolo pensava di poter comprare l’amore di Dio con le opere della Legge. E cercava di sopprimere tutto ciò che non si adattava a questa visione. Perciò si oppose con forza ai primi cristiani».

Sempre nella Lettera ai Galati, poco dopo il passaggio che abbiamo citato, l’apostolo utilizza il verbo chiave apocalyptō (Gal 1,15) per descrivere l’evento “sulla via di Damasco”: Paolo parla quindi di una “rivelazione”, di un’iniziativa che parte non dall’uomo, ma da Dio, e che però dischiude il senso profondo dell’esistenza dell’uomo. Come se in quell’esperienza si fosse svelato qualcosa di nascosto, lasciando emergere la struttura autentica, il fondamento della persona, il suo “destino” nel senso di “destinazione”… È possibile “toccare il fondo”, arrivare al fondamento di se stessi, con le sole proprie forze? O è necessario che l’uomo, per scoprire la verità su di sé, si apra a qualcosa che lo trascende?

«Solo attraverso un onesto processo di auto-riconoscimento posso raggiungere il fondo della mia anima, e lì discernere l’amore di Dio. Ma succede abbastanza spesso che sia un momento di crisi a spingerci a toccare il “fondo”. Allora è Dio stesso che attraverso la crisi ci rivela quanto giace in noi, quanto avevamo fino a quel punto tenuto nascosto a noi stessi, agli altri e a Dio. Questa rivelazione dell’invisibile ha un effetto liberatorio, e ci guarisce, ma è al contempo un’esperienza dolorosa: in questo processo incontriamo il mistero della Croce. La Croce diventa figura di quanto ci accade, incrociando i nostri piani di vita e le nostre idee. La Croce individua il dolore dell’auto-riconoscimento».

È facile, per un non credente, scorgere gli aspetti puramente consolatori della fede. Molte riviste e trasmissioni televisive ci invitano oggi ad essere in forma e a star bene. Ma la conversione fa realmente “star bene”, e se sì, in che senso? “Star bene” equivale semplicemente a serenità, fiducia in se stessi, autocontrollo, impassibilità, o nello “star bene” che deriva dalla fede è compresa anche la croce? Come possiamo individuare la specificità della fede cristiana, rispetto a tutti questi obiettivi etici?

«Sentirsi bene può essere un aspetto dell’esperienza cristiana. Ma non dobbiamo fissarci in questo sentimento, altrimenti ruotiamo solo intorno a noi stessi. La fede cristiana ci chiama anche ad accedere al senso profondo della nostra esistenza. E questo non sempre è piacevole. Questo può anche significare “portare la croce”: è un faccia a faccia con le nostre stesse contraddizioni. E questo è doloroso. Ma chi schiva il dolore, non potrà conoscere la vera gioia».

Conversione, trasformazione, morte dell’uomo vecchio e nascita dell’uomo nuovo: l’iniziazione cristiana per Paolo implica un processo radicale, impegnativo, faticoso. Cos’è, per l’uomo d’oggi, un processo di iniziazione? E qual è la differenza specifica dell’iniziazione cristiana?

«L’iniziazione cristiana va sempre oltre la morte dell’uomo vecchio. Dobbiamo abbandonare la vecchia identità, in cui ci troviamo definiti solo dal successo o dal fallimento, dalla ricchezza o dalla povertà, dall’approvazione o dalla disapprovazione. Accomiatarsi dalle proprie illusioni è doloroso. La verità può essere dolorosa. Eppure ci rende liberi. Di fatto, si tratta di non far prevalere il nostro io, ma di far sì che Cristo regni in noi. In termini psicologici, potremmo dire che non è l’Io, ma il Sé che diventa il centro di noi stessi».

Nella seconda Lettera ai Corinzi, Paolo afferma con forza che Dio «ci ha riconciliati con sé mediante Cristo, e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione» (2Cor 5,18). Che significato possiamo dare a questa affermazione?

«La riconciliazione è un tema fondamentale per Paolo: noi siamo stati riconciliati con noi stessi e con Dio. L’esperienza di Gesù, che sulla croce ha riconciliato tutti i contrasti del mondo e ha riavvicinato il cielo e la terra, è anche l’esperienza centrale di Paolo. Il suo messaggio consiste nel predicare al mondo questa riconciliazione. Nelle sue parole accade la riconciliazione. Questa è una sfida anche per noi: parliamo una lingua di riconciliazione o una lingua di divisione? Parliamo una lingua che costruisce o una lingua che distrugge?»

Nel racconto degli Atti troviamo Paolo, caduto a terra, che rimane cieco. Ma il testo riporta anche queste parole di Cristo: «Su, alzati e rimettiti in piedi; ti sono apparso infatti per costituirti ministro e testimone di quelle cose che hai visto e di quelle per cui ti apparirò ancora. Per questo ti libererò dal popolo e dai Gentili, ai quali ti mando ad aprir loro gli occhi, perché passino dalle tenebre alla luce […]» (At 26,16-18). Paolo, pur cieco, è chiamato ad illuminare gli altri, a far aprire loro gli occhi: un paradosso affascinante. Questo paradosso può essere inteso come un invito ad uscire dai nostri schemi limitati, per trovare una soluzione a un livello superiore?

«Il paradosso è nella vicenda stessa di Paolo, dell’apostolo che – come dice l’antica sapienza monastica – proprio quando non vedeva nulla, ha visto Dio. Paolo trova Dio al di là delle immagini che si è fatto di Lui. Proprio perché la sua vecchia visione si è oscurata, ad un tratto egli vede chiaro: riconosce in quell’istante il mistero della grazia e della libertà, il mistero dell’amore incondizionato di Dio. Questa esperienza la possiamo fare anche noi: se il “vecchio” si oscura, ci apriamo a una nuova visione, che viene da Dio. Attraverso questa nuova visione possiamo portare chiarezza anche agli altri».

Paolo si sente afferrato da Cristo, sopraffatto dalla Sua gloria. Come possiamo annunciare, noi cristiani, una ricchezza che è così sovrabbondante rispetto alle nostre misure? È facile sentirsi inadeguati. Eppure, nel nostro limite, siamo comunque chiamati e costituiti per questa sovrabbondanza…

«Paolo ha conosciuto i propri limiti in modo molto doloroso. Soffriva pure di un male ch’egli avvertiva come imbarazzante. E poi non era un grande oratore: questo, addirittura, gli venne apertamente rinfacciato dai Corinzi. Ciò nonostante, Paolo è riuscito in imprese che parevano impossibili. Si è lasciato permeare dalla potenza di Gesù Cristo. Paolo ci sfida a non contare sulle nostre sole forze, ma a renderci permeabili allo Spirito e alla potenza di Gesù Cristo. Cristo opera nel mondo attraverso le nostre forze e le nostre debolezze».

(Domande a cura di Luigi Codemo e Luigi Walt)