Il sabato è stato fatto per l’uomo

«Il sabato è stato fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato»: chi non ricorda quest’incisiva sentenza di Gesù, riportata dal Vangelo di Marco (2,27)?

Di solito, però, se ne sottolinea sempre la conclusione negativa (l’uomo non è stato fatto per il sabato), senza considerare l’enorme importanza della premessa che la sostiene (il sabato è stato fatto per l’uomo). La libertà rivendicata da Gesù nei confronti del sabato, di contro alle posizioni rigoriste imputate ai farisei, viene quindi messa in primo piano, rischiando di farci perdere di vista la natura fondamentalmente “conservatrice” della posizione assunta dal Nazareno.

Gesù, per quanto si può ricavare dai testi evangelici, non pensò mai di abolire il sabato. La complessità della sua posizione si può forse intuire partendo da un detto trasmesso all’interno di una variante manoscritta del Codex Bezae, inserita fra i versetti 4 e 6 del capitolo sesto di Luca:

In quello stesso giorno, scorgendo un tale che lavorava di sabato, (Gesù) gli disse: «Uomo, se tu sai quello che fai sei beato; ma se non lo sai, sei maledetto e trasgressore della Legge».

Con queste parole di sapore enigmatico, Gesù sembra quasi indicare che l’osservanza di un precetto (ad es. il precetto del riposo sabbatico) non è da sola sufficiente, per garantirne la corretta esecuzione: occorre che il fedele abbia sempre una piena coscienza del significato degli atti che sta compiendo. Da questo punto di vista, persino la trasgressione di un precetto, qualora ispirata e determinata dal senso profondo di quel precetto, potrebbe risultare come un atto di maggiore fedeltà rispetto a una sua esecuzione pura e semplice.

Come ha osservato Joachim Jeremias, questo parallelismo tra conoscenza e beatitudine ci permette di cogliere «la posizione assunta (da Gesù) nei riguardi del sabato sotto un aspetto del tutto diverso da quello che troviamo nei Vangeli canonici».

A differenza di quanto accade in altre narrazioni evangeliche, qui il principio ispiratore degli atteggiamenti di Gesù nei confronti del sabato emerge in maniera più chiara. Si tratta di un principio che scaturisce innanzitutto dalla volontà di una «genuina santificazione» del riposo sabbatico. Il caso presentato dalla variante è quello di chi, unito nell’intimo della coscienza a Dio, infrange il sabato perché sa quello che fa: «Beato colui che infrange il sabato in questo modo! Ma chi lo infrange per leggerezza o indifferenza è maledetto. Questa è la decisa e impressionante concezione che Gesù aveva della santificazione del riposo festivo» (Jeremias, Gli agrapha di Gesù, tr. it. Paideia, Brescia 1965, p. 87).

Ma quali dovrebbero essere, allora, le caratteristiche di un «sabato» realmente «fatto per l’uomo»? Uno splendida pagina di Pavel Florenskij ci aiuterà a capirlo:

«Il distacco dalle circostanze usuali e dalle abitudini di vita si accompagna a un vivo senso di eccitazione: il nettare dell’inaspettata libertà. Camminare per le vie di una città sconosciuta, ritrovarsi soli in mezzo alla natura, oppure a una guerra o a una festa, se la si intende come una frazione di tempo consacrato, qualitativamente nuovo: tutti questi eventi agiscono in maniera simile, ovvero spezzando le catene delle minute, infinite preoccupazioni quotidiane, lasciando spazio a quelle linee sfrenate grazie alle quali anche la fiacchezza naturalistica della vita si trasforma in arte. È proprio allora che si manifestano le forze più recondite del nostro essere, abitualmente soffocate dalla meschinità; energie troppo significative per l’uggiosa ferialità o, forse, persino invise a quest’ultima. “Vacanza” deriva da vacuum, ossia vuoto, non ingombro; e molto spesso basta scrollarsi di dosso la zavorra delle solite minutaglie quotidiane per liberare ciò che giace sotto, soffocato: la consapevolezza profetica, il senso di un legame radicato con il mondo, una gioia di vivere prossima all’estasi» (Pavel Florenskij, Sul teatro dei burattini degli Efimov [1924], in Stratificazioni. Scritti sull’arte e la tecnica, cur. N. Misler, trad. V. Parisi, Diabasis, Reggio Emilia 2008, pp. 181-194: cit. pp. 188-189).

L’invito al rispetto di un «sabato» fatto per l’uomo è questo: ergiamo degli steccati attorno ai nostri tempi di riposo, difendiamoli a spada tratta, facciamone un’area protetta, rendiamoli esempi di tempo liberato.

***

Nota: La vignetta proviene dal sito bioforme.wordpress.com.
Questo alticolo è stato sclitto di veneldì.

4 thoughts on “Il sabato è stato fatto per l’uomo

  1. Complimenti! La forza logica e sapiente di Florenskij tracima luminosa, radendo al suolo e “salando con il fuoco” la dissipazione del tempo nella tanto agognata vacanza consumistico/compensativa.
    grazie

  2. Il sabato “per” l’uomo. Importanti considerazioni su questo punto stanno in J. Ratzinger, “Cantate al Signore un canto nuovo. Saggi di cristologia e liturgia”, Milano 2005. Cito questo riassunto di Stefano Chiappalone (preso da totustuus.net, via musicacristiana.splinder):

    La seconda sezione del libro è invece dedicata a «Un culto spirituale (Rm 12,1). Liturgia e cristologia». Il primo capitolo di questa parte è incentrato sul giorno del Signore: «La resurrezione fondamento della liturgia cristiana. L’importanza della domenica per la preghiera e la vita dei cristiani» (pp. 73-96). Innanzitutto la risurrezione di Cristo trascende l’evento puramente storico, per allargarsi ad una dimensione cosmica, riguarda l’intero mondo e la materia, poiché è «[…] la restaurazione della creazione nella sua integralità. Antico e Nuovo Testamento non si lasciano disgiungere, tanto meno nella comprensione del senso della domenica» (p. 81). Così, anche se all’inizio non è possibile trasferire alla domenica la funzione sociale di riposo propria del sabato, essa da subito ne accoglie il significato cultuale e lo approfondisce. Le stesse «contestazioni» di Gesù o di san Paolo sono dirette ad alcuni travisamenti del sabato, ma proprio per difenderne l’originario valore di giorno della libertà, di partecipazione alla libertà di Dio. Risulta dunque arbitrario, secondo Ratzinger, dialettizzare sabato e domenica, come fa Willy Rordorf che ne attribuisce il collegamento alla svolta costantiniana – con senso evidentemente negativo -, oppure Luca Brandolini, il quale parla di una sabatizzazione a partire dal quarto secolo, con conseguente riduzione legalistica del culto che tuttora ostacolerebbe un rinnovamento nella Chiesa.
    Circa la questione pratica della crescente impossibilità di avere la santa messa in ogni parrocchia a causa della scarsità di clero, Ratzinger osserva che – a parte i casi di necessità – la prassi della celebrazione domenicale “absente presbytero” con la sola Parola di Dio – piuttosto che accorpare in un’unica chiesa i fedeli di parrocchie limitrofe – si è imposta anche in ossequio ad una mentalità che privilegia la dimensione soggettiva del ritrovarsi nella propria chiesa, con la propria comunità, sulla dimensione oggettiva della partecipazione al sacramento. Tale mentalità si ritrova poi anche nella celebrazione dell’eucaristia e ne spiega la diffusa riduzione sociologica e la conseguente autocelebrazione comunitaria prevalente rispetto all’apertura verso lo Sposo che viene: «Un esempio paradigmatico [che nel caso di specie rivela anche una delle radici della recente critica verso la forma extraordinaria del rito romano, n.d.r.] della preferenza accordata ad aspetti sociologici e psicologici (il raduno, l’attività comune, la conoscenza vicendevole) rispetto a ciò che è specificamente teologico è offerto dall’articolo Domenica […] del Brandolini» (p. 96, nota 20).

    Non è il primo e unico esempio del modo surrettizio di troppi teologi di usare la Bibbia contro la Liturgia.

I commenti sono chiusi.