L’Epistola ai Colossesi

di Teodorico da Castel S. Pietro

L’articolo corrisponde alla voce «Colossesi, Epistola ai», in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano 1948-1954, vol. IV, coll. 24-27.

Una delle lettere «della prigionia», indirizzata da s. Paolo ai fedeli di Colosse.

1. Il contenuto

Il prologo (1,1-14), nel consueto saluto, introduce, con l’espressione « fratelli fedeli in Cristo », una nota fondamentale della lettera: la vita in Cristo, capo del corpo mistico (1,1 sg.). Segue un rendimento di grazie a Dio, che è anche un elogio della comunità, la quale cammina secondo gli ammaestramenti di Epafra, «dilettissimo compagno di servizio» e «ministro di Cristo» (1,3-8); un augurio di progresso costante nella conoscenza di Dio, nella feconda santità della vita e nella gratitudine verso il Padre, che ci ha voluti partecipi di doni meravigliosi per opera del «Suo Figlio diletto» (1,9-14).

Il corpo della lettera si può dividere in tre parti: esposizione dottrinale (1,15 – 2,5); confutazione degli errori che serpeggiano nella comunità (2,6 – 3,4); applicazione morale alla vita del cristiano, come membro del corpo mistico e della società (3,5 – 4,6).

1.1. Le ultime battute del prologo introducono la parte dottrinale (1,15 – 2,5), che illustra la persona e l’opera del Figlio, capo di tutto il creato, e, in particolar modo, dell’umanità redenta. All’esposizione di questi punti segue un’applicazione pratica, che dà modo a s. Paolo di toccare la missione affidatagli: annunciare il «mistero» svelato in Cristo (1,21 – 2,5).

L’eccellenza del Figlio (1,15-19) viene, dapprima, considerata in quanto è immagine perfetta di Dio e capo del creato (vv. 15 sgg.), poi, in quanto è capo della Chiesa e in lui abita la pienezza (plērōma) dei doni divini (vv. 18 sg.).

L’opera del Figlio è riconciliazione universale, compiuta in virtù della Croce (1,20). I destinatari, che un tempo erano estranei all’economia divina, ne sono ora pienamente partecipi, chiamati da quel messaggio evangelico, di cui Paolo è portatore (1,21 sgg.). Egli, che all’attuazione del piano salvifico di Dio porta un contributo di sofferenze personali (1,24-27), ha dimostrato ogni sollecitudine anche per i fedeli di Colosse, di Laodicea e per quanti, in genere, non hanno usufruito della sua diretta attività apostolica, volta a rendere noti a tutti i tesori divini nascosti in Cristo (1,28 – 2,3).

1.2. Passando alla seconda parte (2,6 – 3,4), polemica, Paolo ammonisce di stare in guardia contro i seduttori. Raccomanda, in genere, di attenersi scrupolosamente alla dottrina ricevuta, senza lasciarsi fuorviare da chi predica tradizioni umane, in luogo del genuino insegnamento di Cristo (2,6 sgg.). In Lui abita la pienezza della divinità, di cui noi siamo divenuti partecipi; non per l’inutile circoncisione carnale, ma per il battesimo, che è un morire misticamente e risorgere con Cristo; in virtù della Croce, alla quale è stato confitto il chirografo che ci accusava debitori (2,9-15).

In particolare, i lettori non debbono lasciarsi aggirare da coloro che inculcano vuote osservanze giudaiche («ombra» delle cose che dovevano venire) o superstiziosi culti di angeli, dimenticando il capo, da cui tutto il corpo trae vita e aumento (2,16-19).

Il cristiano deve regolare la propria condotta sul fatto che egli è morto, con Cristo, agli «elementi del mondo» (2,20-23), e, con Cristo, è risuscitato a novella vita: nascosta ora, ma destinata a manifestarsi, un giorno, gloriosa con Lui (3,1-4).

1.3. Delle applicazioni morali (3,5 – 4,6), derivate dalla dottrina di Cristo capo e della nostra vita nel corpo mistico, il primo nucleo (3,5-11) pone sott’occhio i vizi che il cristiano deve evitare per impegno di vocazione. Dalla metafora «spogliarsi dell’uomo vecchio» e «vestirsi del nuovo» s. Paolo passa (3,9b-10) alle raccomandazioni di carattere positivo, precedute dalla solenne dichiarazione che nella vita in Cristo ogni distinzione di razza, nazionalità e cultura è abolita (3,11). Sopra ogni altra cosa viene raccomandata la carità, anima della vita cristiana. Questa va vissuta gioiosamente, con lo sguardo fisso in Cristo, in rendimento di grazie al Padre (3,12-17).

Seguono insegnamenti relativi alle condizioni sociali del cristiano (3,18 – 4,1): doveri delle mogli verso i mariti e dei mariti verso le mogli (3,18 sg.), dei figli verso i genitori e viceversa (3,20 sg.). Agli schiavi viene raccomandata l’obbedienza dignitosa, da servi di Dio, non degli uomini; ai padroni si ricorda che essi pure hanno un padrone nel cielo (3,22 – 4,1).

Ultima è inculcata la preghiera perseverante (anche come cooperazione all’apostolato di Paolo) e la saggezza esemplare, specialmente del linguaggio (4,2-6).

In 4,7-18 si hanno notizie personali e saluti. Informazioni più dettagliate daranno ai lettori Tichico e Onesimo (4,7 sgg.). Dopo i saluti dei collaboratori di Paolo e quelli indirizzati ai più in vista tra i destinatari (4,10-15), segue l’ingiunzione di uno scambio di lettere tra Colossesi e Laodicesi, il monito ad Archippo, il saluto personale e le ultime raccomandazioni (4,16 sgg.).

2. Gli errori combattuti

Tutta la lettera ha lo scopo evidente di combattere opinioni erronee che s’andavano spargendo tra i fedeli di Colosse. Essa però – che è la fonte più autorizzata, per non dire unica – non ci offre elementi bastevoli per una rigorosa determinazione.

Oltre che insistere sulle prerogative di Cristo capo, per cui parremmo orientati verso errori e questioni d’indole cristologica, la lettera ci parla del pericolo di lasciarsi sedurre da una falsa sapienza, fondata su tradizioni umane, che tien conto degli «elementi del mondo», e non è secondo Cristo, nel quale abita la pienezza della divinità (2,8). Alla «circoncisione carnale» è opposta la «circoncisione di Cristo» (2,11). Mediante la propria Croce, Cristo ha trionfato dei «principati» e delle «potestà» (2,15). Sono condannati coloro che vorrebbero imporre ai fedeli inutili osservanze riguardanti cibi, bevande e giorni sacri, che avevano, un tempo, una funzione adombratrice del futuro (2,16); coloro che, trascurando il capo, da cui tutto il corpo trae vita ed accrescimento, tentano di imporre un culto superstizioso degli angeli; coloro, infine, che accettino arbitrarie prescrizioni di astinenze corporali, essi che socio già morti, con Cristo, agli «elementi del mondo» (2,18-23).

Tra gli errori diffusi a Colosse erano, dunque, un culto malinteso degli angeli e pratiche ascetiche come l’astenersi da certi cibi e da certe bevande, che fanno pensare a un influsso giudaico. Questo è chiaro nell’opposizione tra la «circoncisione carnale» e quella «spirituale» o «di Cristo». Ma non pare che l’influsso giudaico basti a spiegare gli errori qui combattuti. Né sembra che a Colosse si annettesse un valore sostanziale alla circoncisione, a differenza dei giudaizzanti della lettera ai Galati, ché, diversamente, non si comprenderebbe il tono piuttosto mite usato da Paolo.

Con poca probabilità è stato affermato che in questa epistola si abbiano tracce di culti frigi e di gnosticismo propriamente detto. Il culto degli angeli era, nel pensiero dei nuovi predicatori, non tanto parte di un sistema filosofico-teologico, quanto un’aggiunta complementare e innocua al culto di Cristo, a difesa, forse, contro le forze cosmiche, alle quali si pensava che gli angeli fossero preposti. Si trattava di un tentativo di grossolano «sincretismo». J.B. Lightfoot (St. Paul’s Epistles to the Colossians and to Philemon, 3a ed., Londra 1879, pp. 82-98) ha messo in rilievo ipotetiche analogie tra gli errori disseminati a Colosse e le dottrine degli Esseni, che, al dire di Flavio, davano un posto d’onore agli angeli. Ma Lightfoot stesso riconosceva che le analogie non sono sufficienti per concludere ad una dipendenza. Neppure è verosimile l’ipotesi di un influsso delle religioni e delle filosofie orientali, o dello stoicismo (per l’importanza che questo attribuiva ai quattro elementi del cosmo e agli astri), o delle teorie neoplatoniche e pitagoriche sugli esseri intermedi tra Dio e il mondo (cf. E. Jacquier, Histoire des livres du Nouveau Testament, I, Parigi 1924, p. 316 sgg.).

3. L’occasione, il luogo e la data di composizione

Occasione della lettera fu una visita di Epafra a Paolo prigioniero. Non è improbabile che lo stesso Epafra, date le minacce per la purezza della fede, sollecitasse un intervento chiarificatore di Paolo. Latore della lettera fu Tichico (4,7 sg.), che ebbe pure l’incarico di portare a destinazione la lettera agli Efesini (Ef 6,21 sgg.); e a Tichico era accompagnato Onesimo, portatore del biglietto a Filemone.

Ma durante quale prigionia è stata scritta? Per rispondere a questa domanda, occorre tenere presenti tutte le lettere della prigionia, e partire da quella ai Filippesi, scritta (pare certo) a Roma durante la prima prigionia. Per le altre, gli antichi non pensavano diversamente. Ora, invece, la grande maggioranza dei protestanti e alcuni pochi cattolici distinguono tra l’Epistola ai Filippesi e le altre tre, opinando che queste siano state scritte da Cesarea, nel biennio trascorso sotto i procuratori Felice e Festo.

Solo da un cinquantennio è stata affacciata, prima da A. Deissmann (in Licht vom Osten, 4a ed., Tubinga 1923, p. 201, n. 4 egli afferma di aver emessa l’idea nel 1898), poi da H. Lisco (Vincula sanctorum, Berlino 1900), col consenso di pochi, una terza opinione, che farebbe risalire l’Epistola ai Colossesi e le altre tre lettere ad una presunta prigionia di Paolo ad Efeso, durante il terzo viaggio missionario. I fondamenti sono assai fragili. Il testo su cui maggiormente s’insiste è 1Cor. 15,32, che, se non si trattasse di una metafora (cf. S. Ignazio, Ad Rom., 5, 1), supporrebbe un processo e una condanna, e, di conseguenza, una prigionia. Ma, a parte che la condanna potrebbe essere stata la conseguenza d’una sollevazione popolare, senza processo e senza prigionia, se realmente fosse stato condannato alle fiere, Paolo avrebbe perduto quel titolo di cittadinanza romana, di cui si farà forte e che gli verrà riconosciuto anche dopo la sua dimora ad Efeso (At 22,25-29; 25,10 sgg.; 21). D’altronde, tacciono completamente, in proposito, gli Atti e 2Cor 11,23-29, mentre nella serie delle prove sostenute dall’Apostolo, un fatto così grave avrebbe dovuto essere menzionato. Inoltre, Marco e Luca non sarebbero stati con Paolo (contrariamente a Col 4,10.14; Fm 24) nel caso di una prigionia efesina, perché il primo lavorava allora, probabilmente, con Pietro a Roma, e il secondo non narra in prima persona i fatti del soggiorno in Efeso (At 19,1 – 20,1), come suole quando è presente.

La scelta resta tra Cesarea e Roma. L’argomento principale in favore di Cesarea è d’indole negativa: la distanza tra Colosse e Cesarea era minore di quella tra Colosse e Roma, per cui il fuggitivo Onesimo poteva raggiungere Paolo più facilmente a Cesarea che a Roma. Si fa osservare, in contrario, che la capitale dell’impero era il luogo di convegno di tutti i fuggiaschi e fuorilegge, offrendo essa maggiori possibilità di rimanervi ignorati.

Altro testo addotto in favore di Cesarea è Col 4,3, in cui Paolo domanda preghiere perché gli sia concessa una maggiore libertà di apostolato. Ma anche la libertà relativa della custodia militaris di Roma era ben poca cosa per l’ardore apostolico di Paolo!

Il silenzio di Paolo circa il terremoto che, nel 60-61, colpì Laodicea e la regione circostante non è decisivo in favore di Cesarea e di una data anteriore all’inizio della prigionia romana, non essendo certo che Colosse sia stata gravemente colpita. Del resto, l’Apostolo è abitualmente molto sobrio di notizie riguardanti la storia profana contemporanea.

Positivamente, va notato che il complesso di amici e di ospiti, che circondano Paolo, secondo le informazioni di Col e delle altre lettere scritte nello stesso torno di tempo, s’accorda molto meglio con il tipo di prigionia romana e con la casa presa in affitto a Roma (At 28,30 sg.), che non con il carcere di Cesarea.

Come si è già accennato, ammessa l’origine romana dell’epistola, viene fissata, per l’interdipendenza delle due questioni, anche la data approssimativa di composizione al 61-62, pure non potendosi determinare nulla di certo sulla precedenza o meno di essa rispetto alle altre lettere della prigionia (cf. E. Percy, Die Probleme der Kolosser- und Epheserbriefe, Lund 1946, cap. 9).

4. L’autenticità

Superate già le recise negazioni della scuola di Tubinga, la paternità paolina dell’epistola è accettata, oltre che dai critici cattolici, anche da molti protestanti e razionalisti. Ci si limita a citare il più aggiornato tra questi ultimi, E. Percy, che difende l’autenticità dell’Epistola ai Colossesi e di quella agli Efesini, sia pure con qualche riserva, che non tocca la sostanza.

Il pensiero favorevole della tradizione (citazioni implicite dei Padri Apostolici; attribuzioni esplicite di s. Ireneo, Frammento Muratoriano, Clemente Alessandrino, Tertulliano, Eusebio; di eretici, come Marcione, Valentino e i Doceti, che abusavano della lettera per la difesa dei propri errori) è confermato da buoni argomenti di critica interna o, almeno, dalla possibilità di dare una risposta soddisfacente alle obbiezioni degli avversari. Così, se la lingua e lo stile di questa lettera si distinguono dalla lingua e dallo stile delle altre lettere paoline, sotto certi aspetti offrono, però, anche delle somiglianze notevoli, non solo con quella ai Filippesi (più generalmente ritenuta paolina), ma anche con il vocabolario e lo stile delle grandi lettere. Le peculiarità si spiegano, non di rado, con la diversità degli argomenti trattati, con la novità dei concetti, alcuni dei quali sono appena accennati nelle altre lettere di s. Paolo.

Né si opponga lo sviluppo dottrinale di questa epistola e che gli errori in essa combattuti si diffusero solo verso la metà del sec. II; perché, oltretutto, non è facile stabilire con esattezza la natura degli errori che provocarono questo scritto.

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