L’Epistola agli Efesini

di Teodorico da Castel S. Pietro

L’articolo corrisponde alla voce «Efesini, Epistola ai», in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano 1948-1954, vol. V, coll. 107-112.

Lettera di s. Paolo, la prima, nel canone tridentino, del gruppo della prigionia.

1. Contenuto

È una lettera calma e di largo respiro, che sviluppa con ampiezza – anche se non sempre secondo un evidente ordine logico – il tema fondamentale del piano divino per cui tutti, giudei e gentili, vengono salvati mediante l’inserzione in un unico corpo di cui Cristo è capo. La stessa azione di grazie con cui si apre la lettera, la dichiarazione sul contenuto della missione affidata a Paolo, sono parti integrative della trattazione dogmatica. Per il suo tono sostenuto, quasi liturgico, Ef fa pensare, più di ogni altra lettera di s. Paolo, all’Epistola agli Ebrei. Ma il contenuto è profondamente diverso. Qui, infatti, il tema è decisamente ecclesiologico, con larghissimo campo all’unione nostra con Cristo; onde si può dire che sia, per eccellenza, la lettera del «Corpo mistico», tanto nella parte dogmatica che in quella morale.

Un breve esordio (1,1 sg.), strettamente epistolare, contiene l’intestazione e l’indirizzo della lettera, con il consueto augurio di grazia e di pace.

1.1. Parte dogmatica (1,3 – 3,21)

Dopo a) una diffusa azione di grazia (1,3-23) per il dono della Redenzione unificatrice, segue b) un’esposizione d’indole strettamente dottrinale sulla vocazione di tutti gli uomini nell’unità del Corpo mistico di Cristo (cap. 2); quindi c) una dichiarazione della missione particolare affidata a Paolo, di annunciare il mistero di questa unione divina (cap. 3).

a) Paolo benedice Dio Padre per averci destinati dall’eternità ad essere suoi figli adottivi mediante l’unione nel suo Diletto (1,1-6); nel quale tutti, giudei e gentili, abbiamo ottenuto il dono della filiazione divina, previa la Redenzione e la remissione dei peccati, e il suggello dello Spirito Santo, pegno dell’eredità eterna (1,7-14). Non cessa pertanto di ringraziare Iddio per quello che vede realizzato nei lettori, e di pregare perché il piano salvifico di Dio sia da loro sempre meglio compreso e si attui pienamente (1,15-19), «in Cristo», capo esaltato al di sopra di ogni creatura terrena e celeste, capo della Chiesa, che è la «pienezza» di lui (1,20-23).

b) Abolita ormai ogni distinzione tra giudei e gentili, anche questi ultimi sono chiamati, dalle tenebre delle colpe, da cui neppure i primi erano immuni (cf. Rm 2), alla luce della vita in Cristo; nel quale tutti sono stati convivificati e conrisuscitati e destinati a sedere (anzi, sono virtualmente assisi) con lui nelle altezze dei cieli (2,1-6). Ciò Iddio ha fatto per mostrare la magnificenza della sua Grazia, per la quale – non per le opere, affinché nessuno abbia a gloriarsi – tutti sono stati salvati e fatti nuova creatura in Cristo (2,7-10). Così, dunque, i gentili, estranei un tempo alle promesse, abbattuto, ora, il muro di divisione e distrutta ogni inimicizia in virtù della Croce, formano con Israele una sola famiglia, una sola casa, di cui apostoli e profeti sono il fondamento e Cristo la pietra collocata al vertice (o angolare?): casa che è anche tempio e abitazione di Dio (2,11-22).

c) Paolo, prigioniero di Cristo Gesù, ha ricevuto una particolare conoscenza del disegno divino, per cui i gentili sono coeredi e concorporei e compartecipi della promessa (3,1-7). A lui, minimo tra i santi, è stato commesso di annunziare le ininvestigabili ricchezze di Cristo e di illuminare tutti intorno al mistero nascosto in Dio dall’eternità; per questo, per la gloria dei gentili, egli soffre (3,8-13). Implora dal Padre di ogni paternità che i lettori abbiano la grazia di vivere pienamente e di comprendere le incommensurabili ricchezze della vita in Cristo. Gloria, nella Chiesa e in Cristo, a Colui che tutto può fare, con una pienezza superiore a quanto è dato a noi di chiedere e d’intendere (3,14-21)!

1.2. Parte morale (4,1 – 6,20)

Consta di tre sezioni: a) esortazione a vivere in armonia con la nobiltà della vocazione cristiana (4,1-24); b) precetti riguardanti la condotta del cristiano, in generale, e, in particolare, la vita domestica (4,25 – 6,9); c) la battaglia del cristiano e la sua armatura (6,10-20).

a) Il punto essenziale è mantenere l’unità dello spirito nel vincolo della pace, in armonia con i molteplici motivi di unità, che sono fondamento e condizione della vita del Corpo mistico (4,1-16). Assai diversa dalla condotta dei gentili dev’essere quella del cristiano: questi ha il dovere di spogliarsi del vecchio uomo e di rivestirsi del nuovo (4,17-24).

b) Riallacciandosi a questa idea, l’Apostolo indica i vizi da fuggire e le virtù da praticare (4,25-32), così da essere imitatori di Dio e vivere in maniera degna dei figli della luce, riguadagnando il tempo, perché giorni cattivi incombono, e riempiendosi, anziché di vino, di Spirito Santo, per vivere in una santa ebbrezza spirituale (5,1-20). I precetti riguardanti la vita domestica (5,21 – 6,9) sono preceduti da un monito generale di sottomissione (5,21). Le raccomandazioni vengono indirizzate prima alla parte inferiore e naturalmente sottoposta: alle mogli prima che ai mariti, ai figli prima che ai genitori, agli schiavi prima che ai padroni. Nell’esporre i doveri delle mogli verso i -mariti e viceversa, l’Apostolo si eleva ad una concezione altissima del matrimonio e della vita matrimoniale, che vede in rapporto al «mistero» delle relazioni tra Cristo e la sua Chiesa (5,22-33). Seguono i doveri dei figli verso i genitori e dei genitori verso i figli (6,1-4), degli schiavi verso i padroni e di questi verso gli schiavi (6,5-9).

c) Il quadro pittoresco della milizia e della panoplia cristiana s’apre con la raccomandazione d’essere forti confidando nella potenza del Signore. Per resistere nella lotta ingaggiata, non contro creature di carne e di sangue, ma contro esseri spirituali che detengono il potere del mondo, occorre rivestire «l’armatura di Dio» (6,10-17). A questo aggiungano i lettori la vigilanza nella preghiera per tutti i santi, per Paolo in particolare, affinché compia la sua missione di predicatore del «mistero», come legato di Dio, per la causa del quale è prigioniero (6,18-20).

Ef si chiude con un epilogo (6,21-24): Tichico darà maggiori informazioni sulle condizioni di Paolo, il quale si licenzia dai suoi corrispondenti con un augurio che è anche un generico saluto.

2. Destinatari

Da questa succinta esposizione, specialmente dall’inizio e dalla finale, si può rilevare una certa genericità, un muoversi cauto come di chi non conosce bene coloro a cui scrive. Alcune espressioni (1,15; 3,2; 4,21) sono difficilmente conciliabili con una conoscenza personale dei lettori; la mancanza di ogni accenno alla lunga dimora ad Efeso, cosi laboriosa e feconda, è un argomento assai forte contro la destinazione efesina. Perciò, già nell’antichità, forse all’epoca della raccolta delle lettere paoline all’inizio del secolo II, sorsero delle incertezze sui destinatari della lettera.

Oggi la grande maggioranza, anche dei cattolici, la concepisce o come una lettera circolare o come destinata ai Laodicesi. Ambedue le opinioni (cf. E. Percy, Die Probleme der Kolosser- und Epheserbriefe, Lund 1946, pp. 449-466) si avvalgono dell’assenza di en Ephésō-i (1,1), in alcuni codici importanti (P46 [sec. III], unciali B* S*) confermata da Origene (in J.A. Cramer, Catenae Graecorum Patrum in Nov. Test., VI, Oxford 1844, p. 102), da s. Basilio (Contra Eunomium, II, 19: PG 29, 612); cf. s. Girolamo, In Ephesios, I, 1: PL 26, 472 sg. Anche Marcione doveva ignorare o rigettare questa lezione, poiché sosteneva, secondo Tertulliano (Adv. Marcionem, 5, 11: PL 2, 532; CSEL 47, 614; ibid., 17: PL 2, 544 sg.; CSEL 47, 632), la destinazione ai Laodicesi; il che sarebbe confermato anche dai cosiddetti prologhi marcioniti e dal Frammento Muratoriano, il quale dice che Marcione ammetteva una lettera «ad Laodicenses» e un’altra «ad Alexandrinos». Di qui le due teorie accennate. Secondo la prima, Ef sarebbe stata indirizzata a varie chiese dell’Asia proconsolare; perciò senza indicazione di destinatari. Alcuni hanno pensato che ci fosse, dopo toîs oûsin di 1,1, uno spazio da riempire con il nome delle singole comunità a cui la lettera, secondo le disposizioni di Paolo, doveva pervenire.

L’ipotesi di una lettera circolare, insinuata già da T. Beza e da J. Ussher, ha trovato, ai nostri tempi molti sostenitori. Basti ricordare: P. Ladeuze, Les destinataires de l’Épître aux Ephésiens, in Revue biblique, 11 (1902), pp. 573-580; J.E. Belser, Der Epheserbrief des Apostels Paulus, Friburgo in Br. 1908, pp. 3 sgg.; J. Schmid, Der Epheserbrief des Apostels Paulus, Friburgo in Br. 1928, pp. 93-129; J.M. Lagrange, in Revue biblique, 38 (1929), pp. 290-293 (difende en Ephésō-i come originale); T.K. Abbott, Epistles to the Ephesians and to the Colossians, Edimburgo 1897, pp. I-IX; J. Sickenberger, Kurzgefasste Einleitung in das N. Test., 5a e 6a ed., Friburgo in Br. 1939, pp. 131 sg.; A. Médebielle, Épître aux Ephésiens, Parigi 1938, pp. 18 sgg.; A. Merk, Introductionis in S. Scripturae Libros Compendium, II, 2a ed., Parigi 1940, pp. 874 sg.

Per quanto attraente, a prima vista, questa ipotesi presenta serie difficoltà, per le quali cf. O. Roller, Das Formular der paulinischen Briefe, Stoccarda 1933, pp. 199-212, 382 n., 520-525; J. Huby, Les Épîtres de la captivité, Parigi 1935, pp. 130 sg. Si nota, in particolare, la costanza con cui le parole en Ephésō-i sono attestate dai codici, fatte le eccezioni suaccennate. Infondata sembra particolarmente la supposizione che Paolo abbia affidato al latore più copie di una lettera con facoltà di apporre, nello spazio lasciato in bianco, il nome delle comunità a cui lo scritto veniva successivamente consegnato. Di lettere circolari di questo tipo non si hanno, secondo O. Roller, esempi nell’antichità. Così il Merk, pure accettando sostanzialmente l’ipotesi di una lettera circolare, ritiene che essa uscisse dalle mani di Paolo con il nome di Efeso, la prima e la principale delle chiese alle quali era destinata.

Alla seconda ipotesi, quella della destinazione laodicena, hanno aderito, tra i più recenti: A. Deissmann, Paulus, 2a ed., Tubinga 1925; A. Harnack, Die Adresse des Epheserbriefs des Paulus, in Sitzungsberichte der K. Preuss. Akademie der Wissensch., Phil. Hist. Classe, 37 (1910), pp. 696-709; B.W. Bacon, St. Paul to the Laodiceans, in Expositor, 17 (1919), pp. 19-36; J. Knabenbauer, Commentarius in s. Pauli Apostoli Epistolas, 4a ed., Parigi 1912, p. 10 (con qualche esitazione); M. Meinertz, Die Gefangenschaftsbriefe des heiligen Paulus, IV ed., Bonn 1931, pp. 54-57; J.M. Vosté, Comment. in Epistulam ad Ephesios, 2a ed., Roma-Parigi 1932, pp. 19 sgg. (con particolare decisione); J. Huby, op. cit., pp. 131 sgg. Il suo fondamento positivo è particolarmente il testo di Col 4,16, in cui si parla di uno scambio di lettere che deve avvenire tra Colosse e Laodicea. La lettera che i Laodicesi dovevano trasmettere a quelli di Colosse sarebbe precisamente Ef. Altri, però, considerano come poco adatta l’espressione ek Laodikeías («da Laodicea»), per indicare una lettera indirizzata ai Laodicesi; per cui intenderebbero il testo in favore dell’ipotesi di una lettera circolare, che i Colossesi dovevano ricevere da Laodicea. Ma l’osservazione sottile non esclude che una lettera che viene da Laodicea sia stata indirizzata ai fedeli di quella città; e, inoltre, è poco verosimile che Paolo abbia precisato così l’itinerario che doveva percorrere la supposta lettera circolare. Per spiegare la scomparsa della primitiva intestazione ai Laodicesi, l’Harnack, seguito da vari critici (tra i cattolici, J.M. Vosté, op. cit., p. 27 sg.; J. Huby, op. cit., p. 132), ricorre all’ipotesi di una soppressione provocata dal biasimo, di cui la chiesa di Laodicea è oggetto in Ap 3,15 sgg. In contrario, cf. G. Ricciotti, Paolo apostolo, Roma 1946, p. 534.

Nessuna delle due opinioni presenta argomenti tali da poter prevalere sull’altra.

3. Autenticità Paolina

Già E. Renan (St Paul, Parigi 1869, p. XXIII) dovette riconoscere che, tra le lettere di s. Paolo, Ef è, forse, quella più anticamente citata come opera di lui. Appunto perché vi sono già probabili allusioni ad essa nello Pseudo-Barnaba, certe in Clemente Romano, Ignazio d’Antiochia e Policarpo, gli avversari odierni dell’autenticità paolina sono costretti a recedere dalle posizioni di F.-C. Baur e altri, che ne facevano uno scritto del II secolo. Contro di che protesta anche la testimonianza di Valentino, Basilide e di altri rappresentanti delle correnti gnostiche diffusesi nella seconda metà del sec. II; essi, al dire di s. Ippolito, citavano con insistenza Ef. Marcione, che la riteneva indirizzata ai Laodicesi, non dubitava dell’autenticità paolina. Nessun dubbio che essa fosse riconosciuta come paolina al tempo del Frammento Muratoriano, di s. Ireneo, di Clemente Alessandrino e di Tertulliano, che sono, con molti altri, testimoni espliciti. Per i testi cf. J. Schmid, op. cit., pp. 16-36, e J.M. Vosté, op. cit., pp. 60-63.

In questi ultimi decenni, vi è stato un movimento di ritorno alle posizioni tradizionali. Anche M. Goguel, uno degli avversari più in vista dell’autenticità di Ef, passa, tra la sua Introduction au Nouv. Test., IV, Parigi 1926, pp. 446-475, e lo studio Esquisse d’une solution nouvelle du problème de l’épître aux Ephésiens, in Revue de l’histoire des religions, 111 (1935), pp. 254-284; 112 (1935), pp. 73-99, dalla semplice negazione dell’autenticità alla distinzione di due fondi: uno di Paolo, l’altro di un discepolo di lui, che avrebbe operato l’interpolazione nello scritto del maestro a distanza di dieci o vent’anni. Nettamente in favore dell’autenticità conchiude uno studio minuzioso di E. Percy.

Anche nella scelta e nella valutazione degli argomenti, gli avversari dell’autenticità hanno compiuto una certa evoluzione. Oggi, per esempio, s’insiste assai meno che in passato sul numero degli hapax, i quali non sono in proporzione maggiore che nelle lettere paoline d’indubbia autenticità (cf. J. Schmid, op. cit., pp. 132-136), e, in genere, sull’argomento linguistico; poiché, se ci sono elementi che deporrebbero per la diversità d’autore, c’è anche la contropartita dei vocaboli e delle costruzioni autenticamente paolini (J.M. Vosté, op. cit., pp. 66 sgg.; J. Huby, op. cit., pp. 138-42).

Si preme, invece, maggiormente sul contenuto dottrinale della lettera, soprattutto nei suoi problematici rapporti con Colossesi. Che Ef apra un orizzonte diverso da quello delle quattro maggiori lettere paoline non reca meraviglia, se si tien conto degli anni trascorsi, delle questioni diverse che si agitavano nell’ambiente a cui le singole lettere erano destinate. Praticamente superata era la grossa questione della giustificazione per mezzo della fede, senza le opere della legge, che aveva ispirato l’Epistola ai Galati e quella ai Romani. Secondo uno studio esauriente di P. Benoit, L’horizon paulinien de l’Epître aux Ephésiens, in Revue biblique, 46 (1937), pp. 342-361, 506-25, Ef rappresenta, senza dubbio, un’evoluzione del pensiero di s. Paolo, ma tale che ben s’innesta sulle lettere precedenti.

M. Goguel (op. cit., p. 406) ha computato che dei 155 vv. di cui consta Ef, 73 hanno un parallelo in Col. Analoghe constatazioni aveva fatto molto prima De Wette, riferite da T.K. Abbott e da J.M. Vosté. Con un raffronto non meno minuzioso, H.J. Holtzmann, Kritik der Epheser- und Kolosserbriefe, Lipsia 1872, era arrivato alla conclusione che Ef è, in generale, posteriore a Col, e ne dipende, salvo i pochi casi in cui, viceversa, questa è interpolata su quella.

Un’affinità tra Ef e Col, entro certi limiti, non può meravigliare chi ritiene ambedue le lettere opera di s. Paolo, scritte nello stesso torno di tempo, a comunità che vivevano quasi nelle stesse condizioni ambientali ed esposte agli stessi pericoli di deviazione. Ma l’affinità tra i due scritti è cosi forte, spesso addirittura verbale, da far nascere il dubbio se lo stesso scrittore abbia potuto scrivere due lettere tanto simili tra loro. Il problema si complica, ma offre anche certi elementi di soluzione, se si tiene conto delle differenze tra le due lettere elencate accuratamente da H. Coppieters, Les récents attaques contre l’authenticité l’Epître aux Ephésiens, in Revue biblique, 9 (1912), pp. 368 sg. S’aggiunga il modo quasi bizzarro con cui Col viene utilizzata in Ef: nei capp. 1 e 2 di questa si trovano concetti ed espressioni ricavati da quasi tutta l’Epistola ai Colossesi; viceversa, figurano sparsi qua e là in quest’ultima elementi uniti in Ef. Né i singoli luoghi paralleli corrispondono tra loro in tutto e per tutto: identici, talora, quanto a pensiero e a parole, s’allontanano, tal’altra, particolarmente per la forma (cf. A. Merk, op. cit., p. 878).

Al centro delle due lettere sta il tema fondamentale del «mistero» di cui Paolo è annunciatore; ma in Col questo punto è trattato assai più brevemente, non diffondendosi l’autore, come in Ef (2,11-18), sul particolare dell’unione tra giudei e gentili. Per la cristologia, prevale in Ef la concezione di Cristo capo del Corpo mistico, mentre in Col la funzione di Cristo capo è più universale, si direbbe cosmica; là è la Chiesa nei suoi rapporti con Cristo, qui è l’intera creazione. Nel quadro prevalentemente ecclesiologico di Ef è sviluppata anche la dottrina del matrimonio, accennata appena nella Colossesi, che tratta assai più brevemente anche gli altri punti della morale domestica.

4. Luogo e data di composizione

La determinazione del luogo e, conseguentemente, del tempo approssimativo di composizione rientra nell’impostazione generale delle lettere della prigionia. I rilievi fatti sulla profonda somiglianza tra Col ed Ef suggeriscono per ambedue le stesse circostanze di composizione. Ef parrebbe composta dopo Col, come Rm dopo Gal. Infatti, tanto quest’ultima che Col affrontano il proprio tema nel fervore di una lotta vissuta, mentre in Rm e in Ef l’ardore polemico ha ceduto il passo ad una considerazione più calma e più dottrinale degli stessi problemi. Poiché latore, come in Col, fu Tichico, in breve tempo dovettero essere scritte l’una e l’altra. Ritenendo che la prigionia di cui ambedue le lettere parlano apertamente sia quella romana, si è portati ad assegnare Ef al biennio 61-63, piuttosto verso la fine che al principio, a motivo delle speranze di liberazione manifestate nel biglietto a Filemone (v. 22), che fa certamente gruppo con Ef e Col.

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