«Sub tuum praesidium»

di Igino Cecchetti

L’articolo corrisponde alla voce «Sub tuum praesidium», in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano 1948-1954, vol. XI, coll. 1468-1472.

È la più artica preghiera alla S.ma Vergine che si conosca.

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1. Il testo originario

Il testo è conservato in un foglio di papiro (cm. 18×9,4) rinvenuto in località non nota d’Egitto e acquistato, nel 1917, dalla «John Rylands Library» di Manchester (Pap. Ryl. 470); pubblicato nel 1938 da C.H. Roberts, nel Catalogue of the Greek ad Latin Papyri in the John Rylands Library, III : Theological and Literary Texts, Manchester 1938, pp. 46-47 (vd. A. Calderini, in Aegyptus, 18 [1938], p. 349). C.H. Roberts, per motivi teologici (culto alla Vergine), lo data al sec. IV: ma E. Lobel, suo collega e coeditore dei papiri di Ossirinco (vol. XIX, Londra 1948), considerando obbiettivamente le sole ragioni paleografiche, si dichiara (come riferisce lo stesso Roberts) «restio a porlo più tardi del sec. III». La scrittura a lettere onciali, alta e dritta, stretta e nello stesso tempo ariosa, con elementi ornamentali, ha un aspetto decorativo, in parte proprio delle iscrizioni, per cui H J. Bell, cui si associa il Roberts, pensa che il papiro fosse un esemplare destinato come «modello per un incisore».

2. Composizione

Essendo il lato destro del papiro molto lacero, al Roberts è sfuggita la natura specifica della preghiera, ed è merito del p. Feuillen Mercenier, del monastero di Chevetogne, aver in essa riconosciuto il Sub tuum praesidium, proponendo così la ricostituzione completa del testo in base alle relative formole liturgiche ancor oggi in uso nel rito copto e bizantino (Le Muséon, 52 [1939], p. 233).

Come tutte le preghiere liturgiche antiche, il Sub tuum praesidium, pur nella sua semplicità e nella spontaneità del sentimento, si ispira a testi biblici, mutuando espressioni caratteristiche dal greco dei Settanta. L’inizio richiama l’immagine dell’«ombra delle ali», cara ai Semiti e agli Egiziani, quale espressivo simbolo della divina protezione: hypò tēn sképtēn tês… (Is. 49,2; 51,16; cf. Sal 16,8 e il commento di F. Vigouroux, ad loc., con illustrazioni monumentali). È notevole il fatto che la formola copta abbia conservato, senza tradurlo, il termine sacro sképtē (praesidium) e che il concetto dell’umbra alarum si ritrovi in alcune versioni, come la siriaca, la siro-caldea e l’armena. In tutta la composizione, poi, si rileva la stessa situazione spirituale che si ha nei salmi individuali (ad es. in Sal 16, 27, 30, 58, 60) imploranti il soccorso immediato del Signore, rifugio e liberatore (kataphygē e rhystēs) del fedele che a lui ricorre per scampare dall’incombente pericolo (Sal 17,3; 60,5; 70,4; 90,1 sgg.; 114,2-5; 142,9 = katapheúgomen e rhysai hēmâs del Sub tuum praesidium).

Significativo, in proposito, è il confronto con l’antichissima preghiera del papiro di Dêr-Balizeh (fol. I recto, ll. 8-12: PO 18, 425 e 428; ed. Roberts-Capelle, An early Euchol., Lovanio 1949, p. 14), la cui espressione allà rhysai hēmâs apò pantòs kindynou richiama il periculis cunctis del Sub tuum praesidium romano.

3. Importanza della preghiera

a) Valore storico. Il tono della preghiera sembra indicare un tempo di persecuzione (Valeriano, Decio) da cui si anela esser liberati (rhysai hēmâs, erue nos; il lytrōsai della liturgia greca non ha più questo significato, ma un valore teologico).

b) Valore teologico. In tanta necessità (gr. perístasis) il cristiano cerca scampo sotto il manto della Vergine, all’ombra della sua eusplanchnía, che non è l’éleos dei Salmi, attributo di Dio, ma la grande misericordia e sollecitudine del cuore materno (cf. Sir 30,7, e viscera misericordiae, in gr. splánchna eléous, di Lc 1,78). E la preghiera è a lei rivolta direttamente, come soccorritrice e salvatrice, essendo la Madre di Dio, Theotókos. Il ritrovare questa parola in un testo eucologico dimostra ch’essa, in Egitto, non era solo un termine della scuola, ma liturgico. Si comprende così quanto riferisce lo storico Socrate, che Origene, nel I libro, ora perduto, del suo commento in Rom., «spiegava (ermēneúōn) in qual senso [Maria] si dica Theotókos» (Hist. eccl., VII, 32: PG 67, 812 B). Considerando poi come nell’epoca anteriore al Concilio di Efeso (431) tale parola dogmatica si riscontra in autori che si ricollegano con la Scuola di Alessandria (cf. Hefele-Leclercq, II, p. 244, nota; Fliche-Martin-Frutaz, IV, p. 167, n. 17; H.-M. Manteau-Bonamy, Maternité divine et Incarnation, Parigi 1947, pp. 10-12), si scorge in questo un influsso della liturgia alessandrina, e si spiega maggiormente l’asprezza della lotta antinestoriana, in cui Cirillo si batté non per un termine di scuola, ma per una espressione della fede del popolo, consacrata dall’uso liturgico. Non si conosceva finora alcun documento positivo comprovante il culto di invocazione alla Vergine nel periodo anteniceno (cf. E. Neubert, Marie dans l’Église anténic., Parigi 1908, pp. 268 e 275; E. Dublanchy, Marie, in DThC, IX, col. 2443): il Pap. Ryl. 470 riempie la lacuna documentaria, eliminando ogni discussione. Con la chiara affermazione della maternità divina di Maria, il Sub tuum praesidium ha una manifesta allusione anche alla sua immacolata purezza, proclamando la S. Vergine come «la sola pura», «la sola casta e benedetta»: hē monē hagnē, kaì hē eulogēménē.

e) Valore liturgico. Il testo del papiro, ricostruito dal Mercenier, rappresenta la redazione primitiva, e spiega le due recensioni posteriori: l’orientale (bizantino-ambrosiana), e l’occidentale (alessandrino-romana). La formola romana, infatti, appare della medesima famiglia del testo copto, mentre quella ambrosiana dipende dal testo bizantino.

4. Diffusione ed uso liturgico

Dalla patria d’origine, l’Egitto, il Sub tuum praesidium si è diffuso attraverso i due riti principali: il bizantino e il romano. La liturgia copta ha conservato, quasi integralmente, la formola originaria che ci offre il papiro greco, e ancor oggi, almeno presso i cattolici, ne fa uso ai Vespri. Le liturgie bizantina e romana dovettero ricevere il Sub tuum praesidium dall’Egitto prima delle controversie cristologiche del secolo V.

a) Liturgia romana. Nell’Occidente latino il Sub tuum praesidium ha avuto varie redazioni, che testimoniano originali greci diversi. La formola romana si ritrova nell’Antifonario di Compiègne (sec. IX-X) tra le antifone in Evangelio (serie di antifone che si intercalavano nei diversi versetti del Benedictus) per la festa dell’Assunzione (PL 78, 799). Attualmente è in uso a Compieta del Piccolo Ufficio della Beata Vergine (antifona Nunc dimittis). È utilizzata in parte negli uffici della Maternità di Maria (11 ottobre: responsorio) e della Beata Vergine Mediatrice di tutte le grazie (31 maggio: responsorio breve alle Ore minori). È poi di uso frequente in vari esercizi di pietà; in Francia, anche nei Saluts del Santissimo Sacramento. A. Wilmart ha pubblicato un ufficio medievale in onore dei Sette Dolori della Santissima Vergine, attribuito a Innocenzo IV, ove il Sub tuum praesidium è la preghiera iniziale per ogni singola parte (Auteurs spirituels, Parigi 1932, pp. 518, 523-526). Nella liturgia domenicana si canta a Compieta per varie feste della Madonna. I Salesiani l’hanno come devozione speciale in onore di Maria Ausiliatrice; presso i Gesuiti fa parte dell’unico esercizio quotidiano di pietà ch’essi praticano in comune. Notevole è l’inizio, semplificato con l’omissione della parola misericordia, e la finale: Libera nos semper, Virgo gloriosa et benedicta. Il semper è unito, anche nella melodia gregoriana, a «libera nos», mentre criticamente dovrebbe unirsi a Virgo, secondo il caratteristico epiteto greco Aeipárthenos: termine, però, che non si trova nella formola originaria, né in quella della liturgia bizantina, che invece ha il corrispondente monē hagnē. La parola gloriosa è pure una variante romana: non si sa se antica; il p. Mercenier ammette che possa essere originaria (semnē); manca nell’Antifonario di Compiègne e nella liturgia domenicana. La melodia gregoriana, di VII modo, nella sua semplicità quasi sillabica, esprime un sentimento di confidente e filiale abbandono, e, nell’insistente motivo, l’urgenza di un soccorso immediato. Prima della restaurazione gregoriana, in Italia era in uso anche un’altra melodia di II modo (cf. J. Pothier, Antienne «S. t.», in Rev. du chant grég., 2 [1893-1894], pp. 3-4).

b) Liturgia ambrosiana. Il testo milanese (Sub tuam misericordiam) deriva da quello bizantino (hypò tēn sēn eusplanchnían) sembra posteriore a s. Ambrogio, anche per l’errata traduzione «ne inducas in tentationem» (invece di: «ne despicias in necessitate»), la quale non può essere attribuita al Santo, che conosceva bene il greco; tale variante potrebbe però non appartenere alla traduzione originaria, ed essere una tardiva contaminazione dell’orazione domenicale. Nel medioevo la preghiera si usava (secondo il cod. T 103 Sup. della Biblioteca Ambrosiana) nella VI domenica di Avvento, tra le antifone o psallendae litaniche. Oggi si ha solo come antifona post Evangelium in alcune Messe della Madonna (5 agosto e 16 luglio [medesima Messa]; S. Maria in Sabbato [Messa feriale] e Messa votiva solenne). È anche cantata dal popolo con melodia propria del rito.

e) Liturgia bizantina. Nei confronti del testo originario dato dal Pap. Ryl. 470, quello della liturgia bizantina costituisce una forma più elaborata, con varianti dovute soprattutto alle esigenze del ritmo. Nella liturgia bizantina (e quindi nei vari idiomi propri del rito) la preghiera è adibita come theotokíon (tropario in onore della «Madre di Dio») alla fine dei Vespri feriali (Hōrológion, Roma 1876, p. 104; II ed., ivi 1937, p. 232), sempre associata all’Ave Maria che precede come primo tropario (Theotóke parthéne chaîre).

d) Altri riti orientali. Le Chiese armena, siro-antiochena, siro-caldea e malabarica, maronita, etiopica, anche se non posseggono il Sub tuum praesidium nella loro liturgia, lo hanno nei loro libri di devozione (a quanto sembra, per influsso di Roma). I Maroniti ne fanno, con le Litanie lauretane, un uso frequentissimo (in arabo, adibito in tutte le funzioni extraliturgiche). Per i cattolici dell’Etiopia fu tradotto dal latino dai missionari, e si recita insieme alla Salve Regina. La formola siro-antiochena, la quale sembra molto antica, ha diverse varianti, di sapore biblico, che ne costituiscono una profonda rielaborazione (cf. P. Hindo, Disciplina Antiochena antica: Siri, IV [Fonti per la Cod. can. Orient., II serie, fasc. 28], Città del Vaticano 1943, p. 307, nota 1).

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