La retorica biblica

di Roland Meynet

Il testo è tratto da Roland Meynet, Leggere la Bibbia, trad. it. Il Saggiatore, Milano 1996, pp. 77-97.

“Camminerai sul serpente e il basilisco, schiaccerai il leone e il drago” (Sal 91,13): sentire questo mi orienta verso l’idea di una minaccia, diversa da tutte le sue concretizzazioni, ma da esse inseparabile. L’energia nasce dall’immagine, ma ne deve uscire. È sicuramente per questo che i testi biblici danno tanto da pensare a chi è più esigente, senza mai sostituirsi a lui. Spingono il lettore verso il temibile istante in cui egli dovrà interpretare per conto proprio (P. Beauchamp, Prefazione a R. Meynet, L’analyse rhétorique, Paris 1990, p. 8).

Il Greco dimostra, l’Ebreo mostra. La formula, forzata come ogni formula, vuole sottolineare la differenza fondamentale fra la retorica greco-latina e la retorica biblica. Il Greco vuole convincere imponendo un ragionamento che non si può scansare; l’Ebreo indica il cammino che il lettore può seguire se desidera comprendere. Com-prendere: prendere insieme. L’analisi retorica è un metodo che permette di riconoscere ciò che è stato composto per essere letto insieme. Come una via per l’interpretazione.

1. La paratassi

Questo termine un po’ astruso significa semplicemente che le cose sono poste l’una a fianco dell’altra, senza esplicitarne il rapporto. Tale aspetto prioritario della retorica biblica si manifesta già al livello più elementare della composizione dei testi, cioè quello del segmento bimembro.

Nella maggior parte dei casi i due membri sono collegati da una semplice «e». Questa congiunzione segnala che esiste un rapporto fra i due membri, ma non specifica la natura precisa della relazione logica che li unisce. La «e» dice che i due membri devono essere letti insieme, lasciando al lettore il compito di interpretare. Il libro dei Proverbi trabocca di detti antitetici: le traduzioni rendono la «e» dell’ebraico, che collega i due membri, con un «ma» che ne esplicita l’opposizione. Così in Prv 10,13:

Sulle labbra dell’assennato si trova la sapienza
MA il bastone è per la schiena di chi è privo di senno.

In Prv 26,14 il legame logico è di paragone:

La porta gira sui suoi cardini e il pigro sul suo letto.

Il lettore capisce: «Come la porta gira sui suoi cardini, così il pigro sul suo letto».

In Prv 22,6 il legame è di conseguenza o finalità:

Educa il giovane all’inizio del suo cammino,
neppure da anziano se ne allontanerà.

È di causalità in Prv 14, 7:

Allontanati dalla presenza di un uomo stolto
e (poiché) non ignorerai le labbra sapienti.

Ecco la traduzione letterale di Prv 11,22:

Un anello d’oro al naso di un porco
una donna bella e carente di giudizio.

La Traduzione interconfessionale traduce aggiungendo una parola che esprime il paragone e un’altra che sottolinea l’opposizione:

Una donna bella ma senza cervello
è
come un anello d’oro al naso di un maiale.

Leggere insieme i due membri di un proverbio, si è sempre fatto. Al contrario, leggere insieme più proverbi è un’esperienza nuova. I primi cinque proverbi della raccolta che inizia in Prv 10,1 formano una costruzione in cui ognuno di essi si articola sugli altri (la mia traduzione, come quella dei testi seguenti, è molto letterale).

I versetti 1 e 5 contengono ognuno otto termini e sono costruiti parallelamente. L’opposizione tra i due tipi di «figlio» all’inizio dei primi due membri sarà ripresa alla fine degli ultimi due.

I versetti 2 e 4 contengono ognuno sei termini costruiti in modo simile. In entrambi i casi si tratta di ricchezze: «tesori» (2a), «impoverisce» (4a) e «arricchisce» (4c). Queste ricchezze però vengono acquisite in due modi diversi: o rubando (2ab) o lavorando (4). Il secondo membro del versetto 2 non è in contrapposizione diretta con il primo: mostra la vera posta in gioco della scelta dell’uomo, la liberazione dalla morte (2d).

Al centro (3), l’unico versetto con sette termini: il termine supplementare è «il Signore», di cui non si fa menzione altrove nel passo. La sua costruzione assomiglia a quella del versetto successivo. La contrapposizione tra «giusto» e «malvagi» richiama quella del segmento precedente tra «malvagità» e «giustizia».

I versetti 1.3.5 seguono lo stesso ordine (valori positivi e negativi), mentre 2 e 4 seguono l’ordine inverso (negativi e positivi). Ne risulta una concatenazione rigorosa: 1b è negativo come 2ab, 2cd è positivo come 3ab, e così di seguito fino alla fine. Si tratta quindi di un discorso e non di una successione disorganica di proverbi isolati. Discorso di cui ora bisogna tentare di afferrare la logica.

Il primo versetto presenta due tipi di figli, uno «saggio», l’altro «stolto», ma non dice in cosa consistano stoltezza e saggezza. Si conosce soltanto l’effetto che questi due atteggiamenti opposti producono sui genitori. L’ultimo versetto (5) mostra che il figlio «assennato» è quello che lavora, mentre il figlio «sfrontato» è quello pigro; il versetto precedente (4) dice la stessa cosa esprimendo il risultato di questi due comportamenti: la pigrizia «impoverisce» (4a), mentre la diligenza «arricchisce» (4d).

Non è probabilmente fuori luogo chiedersi per quale motivo la saggezza diligente del figlio «rende lieto un padre» e la sua pigrizia è «l’afflizione di sua madre». Si può certamente comprendere nel senso che il figlio pigro, divenuto povero, si ritrova nell’incapacità di provvedere alle necessità dei genitori anziani; questo sarebbe il primo motivo del loro dolore e della loro vergogna. Al contrario, il figlio diligente, la cui saggezza gli permette non solo di mantenere la moglie e i figli ma anche i vecchi genitori, è per loro fonte di orgoglio: la riuscita del figlio si riflette su coloro che hanno saputo educarlo.

Se secondo i due ultimi versetti il figlio malvagio è colui che si impoverisce a causa della sua pigrizia, il primo membro del versetto 2 aggiunge che è anche colui che si procura ricchezze con metodi disonesti (di solito a ragion veduta si traduce «tesori di malvagità» con «tesori mal guadagnati»); di fatto, non sono altro che due modi di arricchirsi, con il lavoro o con il furto. Il secondo membro del versetto 2 sembra andare oltre rispetto al primo membro del versetto 4: se la pigrizia produce povertà, l’ingiustizia del furto conduce alla «morte». Infine, il versetto centrale, l’unico che fa intervenire «il Signore», dà la chiave ultima di lettura: nella scia del versetto precedente, di cui oltre a «giusto» e «malvagi» riprende i termini «malvagità» e «giustizia» (così come la negazione, all’inizio dei segmenti), lascia intendere che la «morte» di cui si è appena parlato (2d) è un castigo divino. Al contrario, Dio, riempiendo la gola del giusto, gli da la vita. Così, al centro, «il Signore» è presentato come giudice fra il saggio e lo stolto, ma anche come padre di colui che nutre; ciò rimanda ai versetti estremi (1 e 5) dove si trovano «padre» e «madre» (al versetto 5 sottintesi dalla doppia opposizione del termine «figlio»).

Per molto tempo si è pensato che fra i proverbi non ci fosse un legame: «eccetto i primi nove capitoli […] l’assenza di connessione fra tutte queste sentenze che sembrano essersi unite per caso in questo “ripostiglio” che è il libro dei Proverbi, stanca e infastidisce anche il lettore più bendisposto» (Osty). Oggi si moltiplicano gli studi che dimostrano che queste piccole unità non sono soltanto poste le une accanto alle altre, ma sono com-poste, formando architetture fortemente articolate. Dalla considerazione delle piccole forme separate le une dalle altre, si passa allo studio della loro articolazione; dalla parafassi si arriva a scoprire le leggi della sintassi biblica.

L’analisi retorica non nega che ogni proverbio abbia potuto avere un’esistenza isolata, che sia nato in un ambiente sociale determinato; anche se, nel caso di un proverbio, questo ambiente sociale è difficilmente individuabile. Ricerca piuttosto ciò che l’autore della raccolta ne ha fatto, quali insiemi ha costruito e qual è il senso di queste composizioni. Un po’ come colui che, visitando la chiesa dell’Ara Coeli a Roma, non si accontenta solo di notare che le colonne, le basi e i capitelli sono reimpieghi delle costruzioni dell’antica Roma, ma contempla soprattutto l’ammirabile architettura della chiesa del secolo XIII.

2. Cogliere i rapporti

La critica letteraria, come si è già visto, nei testi cerca le tracce dei rimaneggiamenti che avrebbero subito durante la loro storia: contraddizioni, incongruenze logiche. Si è dato un esempio del modo con cui essa procede. È giunto il momento di riprendere l’esame di Prv 1,1-7 con lo sguardo dell’analisi retorica.

Questi versetti hanno una punteggiatura, dunque una comprensione, molto diversa a seconda dei commentatori. Uno di questi (William McKane, 1970) si accontenta di mettere un punto alla fine di ogni versetto, come i masoreti. Si tratta soltanto di rilevare il parallelismo delle due parti che seguono il titolo propriamente detto (1) per afferrare la logica di questa composizione molto rigorosa.

Dopo il titolo (1), due parti parallele (2-5 e 6-7) con la stessa struttura sintattica: proposizioni finali (2-4 e 6) seguite dalle principali (5 e 7ab); i membri delle finali hanno tre termini, gli altri sono più brevi. L’ultimo versetto (7cd) forma una frase supplementare, la cui funzione è quella di chiudere l’insieme.

La prima parte (2-5) è formata da due brani. Il primo (2-4) comprende tre segmenti bimembri. Il secondo e il terzo sono complementari: bisogna dapprima «acquistare» per sé (3), per poi «dare» agli altri (4); l’oggetto dell’acquisizione e del dono è espresso tramite una serie di termini più o meno sinonimi: a partire dalla fine, «prudenza», «conoscenza», «abilità», cioè «un’istruzione illuminata», in 3b definita «giustizia», «equità» e «rettitudine». Il primo segmento (2) sembra introdurre gli altri due. Il secondo brano (5) enuncia la condizione «per» ottenere la «saggezza» (2-4): chi è già «saggio» è invitato ad ascoltare. Seguono le conseguenze: progresso personale (5b) e «arte-del-comando» sugli altri (5cd). Si sarà notato che «saggio» e «intelligente» del versetto 5 riprendono «saggezza» e «intelligenza» del versetto 2.

La seconda parte (6-7) va più in là rispetto alla prima, poiché dice dove si trova il principio, l’origine ultima della saggezza. Il primo brano (6) è parallelo al primo brano della prima parte (2-4), ma in modo complementare: mentre in 2-4 si trattava della saggezza in se stessa, qui si parla dei mezzi attraverso i quali si trasmette. «Proverbi» e «massime» sembrano neutri, ma «allusione» ed «enigmi» permettono di intravedere che ciò di cui si sta parlando non è chiaro e limpido; per «comprendere» c’è bisogno di riflessione, di intelligenza. Oltre a ciò, si richiede il «timore del Signore», volendo dire che senza questo timore (rispetto) non si può comprendere nulla, che, al di là e attraverso i maestri di questo mondo (i «saggi» di 6b), il vero maestro di saggezza è il Signore. Si coglie dunque la dimensione propriamente religiosa della saggezza in Israele. L’ultimo bimembro (7) conclude l’insieme contrapponendosi al precedente: «disprezzare» si oppone a «temere» («rispettare»). Si lascia così intendere che, disdegnando i saggi, gli «insensati» si oppongono a Dio stesso.

Riassumendo, lo scopo dei proverbi è duplice: l’acquisizione della saggezza e la sua trasmissione. Anche l’origine della saggezza è duplice: i saggi vanno ascoltati, ma in fin dei conti è Dio stesso che bisogna temere/rispettare. Per comprendere i proverbi, si richiedono due cose: uno sforzo e un lavoro personali, ma anche l’aiuto di Dio, fonte di ogni saggezza. Prima della lettera, la grazia e le opere.

La logica di questi versetti è serrata. Quanto alle pretese irregolarità nel ritmo, servono a sottolineare il passaggio tra scopo (2-4; 6) e condizioni (5 e 7).

3. Identificare i limiti

Fin qui abbiamo esaminato soltanto testi brevi. L’apporto più nuovo e più decisivo dell’analisi retorica, tuttavia, consiste nell’identificare i grandi insiemi, nei loro limiti e nella loro coerenza interna.

I vangeli appaiono, soprattutto nelle nostre edizioni moderne che aggiungono titoli alle pericopi, come un conglomerato di piccole unità, per lo più non correlate tra di loro. La Bibbia di Gerusalemme intitola così gli otto passi che distingue in Lc 18,31 – 19,46:

  1. Terzo annuncio della passione (18,31-34)
  2. Il cieco di Gerico (18,35-43)
  3. Zaccheo(19,1-10)
  4. Parabola delle mine (19,11 -27)
  5. Ingresso messianico a Gerusalemme (19,28-38)
  6. Gesù approva le acclamazioni dei suoi discepoli (19,39-40)
  7. Lamento su Gerusalemme (19,41-44)
  8. I venditori cacciati dal tempio (19,45-46).

La Traduzione interconfessionale propone un’altra suddivisione, con solo sette passi:

  1. Gesù annuncia ancora la sua morte e risurrezione (18,31-34)
  2. Gesù guarisce un cieco (18,35-43)
  3. Gesù entra nella casa di Zaccheo (19,1-10)
  4. La parabola dei dieci servi (19,11-27)
  5. Gesù si avvicina a Gerusalemme (19,28-40)
  6. Gesù piange per Gerusalemme (19,41-44)
  7. Gesù scaccia i mercanti dal tempio (19,45-48).

Eccetto in due casi in cui si riprende il nome «Gerusalemme», questi titoli non lasciano intravedere le relazioni esistenti tra i passi.

Ora, i passi estremi (18,31-34 e 19,41-46) si corrispondono. Il primo è composto da tre brani successivi che saranno ripresi nella conclusione, ma questa volta in una costruzione concentrica.

I brani centrali (32-33 e 43-44) sono una serie di sei futuri che annunciano sevizie e la distruzione, di Gesù all’inizio, di Gerusalemme alla fine; i «pagani» di 32a corrispondono a «i tuoi nemici» di 43b. Il secondo elenco non sfocia in una restaurazione, al contrario del primo (33b).

Gli elementi della fine del primo passo (34) sono distribuiti su ogni lato del brano centrale dell’altro passo: i sinonimi «comprendere» e «afferrare», sono tutti negativi (34a.c; 42a; 44c). «Essere nascosto» è ripreso da 34b e 42b. Da notare, in 42ab e 44c, le connotazioni di tempo («in questo giorno», «ora», «il momento»), nonché la corrispondenza fra «la pace» (42a) e «la tua visita» (44c).

Infine, il primo brano del primo passo (31) si sdoppia alle estremità dell’ultimo passo: mentre all’inizio si indica soltanto la salita a Gerusalemme, alla fine Gesù «si avvicina alla città» ormai di fronte a sé (41a), poi «entra nel Tempio» (45a). Nei due casi, Gesù «dice» ciò che «sta scritto» (31a.c; 46ab).

Questa relazione fra la parola di Gesù e la Scrittura sembra ritrovarsi in 34b e 42b dove «parola» e «occhi» sono in posizione simmetrica: quale parola infatti si capisce con gli occhi, se non quella che è scritta? I discepoli non capiscono questa parola di Gesù che riferisce ciò che era scritto; Gerusalemme non afferra ciò che era detto nelle antiche Scritture.

Colpisce la simmetria dei due passi. Ma come essere sicuri che questi vanno letti insieme? E quale può essere il significato di questo parallelismo fra la sorte di Gesù e quella di Gerusalemme, fra l’atteggiamento dei discepoli e quello della città? Ciò significa che i due passi appartengono allo stesso insieme, la cui unità e coerenza devono ora essere descritte, anche se solo nelle loro grandi linee.

La sequenza (o insieme strutturato di più pericopi o passi) comprende sette passi organizzati in maniera concentrica. Le annotazioni di spostamenti forniscono un quadro eccezionalmente compatto della composizione:

Soltanto il passo centrale (19,11-28) si trova racchiuso tra due annotazioni di spostamento; negli altri sei passi se ne trova una all’inizio. Il cammino di «Gerusalemme» (quattro volte) passa per «Gerico» (due volte) poi per «il monte degli Ulivi» (anche questo due volte).

È inutile esaminare in dettaglio le relazioni fra i due passi che si svolgono presso il «monte degli Ulivi»:

29 Accadde, mentre si avvicinava, verso Betfage e Betania, al monte chiamato degli Ulivi, che inviò due dei DISCEPOLI dicendo: 30 «Andate nel villaggio qui di fronte; entrando troverete un asinello legato, SUL QUALE NESSUNO È MAI SALITO. Scioglietelo e conducetelo qui. 31 E se qualcuno vi chiederà: “Perché sciogliete l’asinello?” direte così: “Perché il Signore ne ha bisogno”». 32 Gli inviati andarono e trovarono come aveva detto loro. 33 Mentre scioglievano l’asinello, i proprietari dissero loro: «Perché sciogliete l’asinello?». 34 Essi risposero: «Perché il Signore ne ha bisogno». 35 Lo condussero da Gesù, e gettando le loro vesti sull’asinello, vi fecero salire Gesù. 36 Via via che egli avanzava, stendevano le loro vesti sulla strada.

37 Mentre si avvicinava alla discesa del monte degli Ulivi, tutta la folla dei DISCEPOLI, esultando, cominciò a lodare Dio a gran voce, per tutta quella manifestazione di potenza che avevano visto, 38 dicendo: «Benedetto colui che viene, IL RE, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!». 39 Ma alcuni farisei, fra la folla, gli dissero: «Maestro, minaccia i tuoi DISCEPOLI». 40 Rispondendo, disse loro: «Vi dico che, se questi tacciono, grideranno le pietre».

Basti notare la presenza dei «discepoli» (29.37.39); che «il Re» (38) non potrebbe avere una cavalcatura già utilizzata da un altro (30); che l’asino, contrariamente al cavallo con i carri impiegato per la guerra, è la cavalcatura del re di «pace» (38). Così si compie la profezia di Zaccaria: «Esulta grandemente, figlia di Sion! Grida di gioia, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re: egli è giusto e vittorioso, umile, in groppa a un asino, a un asinello, figlio di un’asina» (9, 9).

In modo analogo i due episodi che accadono a Gerico:

35 Accadde, mentre si avvicinava a Gerico, che un CIECO era seduto a mendicare sul ciglio della strada. 36 Sentendo passare una folla, s’informò per sapere cosa fosse. 37 Gli risposero: «Viene Gesù il Nazareno!». 38 Allora cominciò a gridare: «Gesù, FIGLIO DI DAVIDE, abbi pietà di me!». 39 Quelli che camminavano avanti lo minacciavano, perché tacesse; ma egli gridava ancora più forte: «FIGLIO DI DAVIDE, abbi pietà di me!». 40 Gesù, fermatosi, ordinò che glielo conducessero. Quando gli fu vicino, gli domandò: 41 «Cosa vuoi che faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io riabbia la vista!». 42 Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha SALVATO». 43 Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo lodando Dio; e tutto il popolo, avendo visto ciò, diede gloria a Dio.

1 Entrato in Gerico, attraversava la città. 2 Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco. 3 CERCAVA DI VEDERE CHI FOSSE GESÙ, MA NON GLI RIUSCIVA a causa della folla, perché piccolo di statura. 4 Allora corse avanti e salì su un sicomoro, per poterlo vedere, dal momento che doveva passare di là. 5 Giunto sul luogo, alzando gli occhi, Gesù gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». 6 Subito scese e lo accolse pieno di gioia. 7 Vedendo ciò, tutti mormoravano dicendo: «È andato ad alloggiare da un peccatore!». 8 Alzatosi, Zaccheo disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho estorto qualcosa a qualcuno, gli restituisco quattro volte tanto». 9 Gesù gli disse: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è un figlio di Abramo; 10 Il FIGLIO DELL’UOMO, infatti, è venuto a cercare e a SALVARE ciò che era perduto».

Come il cieco, Zaccheo non può vedere Gesù (19,3); l’uno si informa su cosa sta succedendo (18,36), l’altro cerca di vederlo (19,3-4); un’analoga domanda li spinge: Cosa è? (18,36), Chi è? (19,3).

Gesù riconosce il cieco come credente (18,42) e Zaccheo come figlio di Abramo (19,9), padre dei credenti. La loro fede li salva allo stesso modo (18,42 e 19,9).

Gesù viene chiamato «Figlio di Davide» dal cieco (18,38-39), ed egli stesso si definisce «Figlio dell’Uomo» (19,10). Il secondo appellativo solitamente non rimanda all’aspetto glorioso, ma a quello dell’umiliazione e della passione. I due titoli sono complementari.

Gesù è descritto come colui che «viene» (18,37): di lui stesso dice che «è venuto» per «cercare e salvare ciò che era perduto» (19,10). Ciò potrebbe sembrare fortuito se Luca non fosse l’unico dei sinottici a utilizzare lo stesso verbo (in 18,37 composto con la preposizione para) nella storia del cieco. La tabella seguente vuole essere un riassunto di quanto è stato detto finora: la simmetria dei passi estremi, quella del secondo e del terzo passo e quella del quinto e del sesto.

Ma non è tutto. La costruzione concentrica continua. Le relazioni fra il secondo e il sesto passo sono sorprendenti:

  • l’uno termina con la «glorificazione di Dio» da parte di «tutto il popolo» che ha «visto» (18,43); l’altro comincia con gli stessi elementi: «tutta la folla dei discepoli» loda Dio per ciò che ha «visto» (19,37);
  • il «Figlio di Davide» (18,39) è «il Re» (19, 38);
  • i farisei vogliono far tacere i discepoli che gridano, domandando a Gesù di minacciarli (rimproverarli: 19,39-40); allo stesso modo «minacciavano» il cieco, che «gridava», «perché tacesse» (18,39).

35 Accadde, mentre si avvicinava a Gerico, che un cieco era seduto a mendicare sul ciglio della strada. 36 Sentendo passare una folla, s’informò per sapere cosa fosse. 37 Gli risposero: «Viene Gesù il Nazareno!». 38 Allora cominciò a gridare: «Gesù, FIGLIO DI DAVIDE, abbi pietà di me!». 39 Quelli che camminavano avanti lo minacciavano, perché tacesse; ma egli gridava ancora più forte: «FIGLIO DI DAVIDE, abbi pietà di me!». 40 Gesù, fermatosi, ordinò che glielo conducessero. Quando gli fu vicino, gli domandò: 41 «Che vuoi che faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io riabbia la vista!». 42 Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato». 43 Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo lodando Dio, e TUTTO IL POPOLO, avendo visto ciò, diede gloria a Dio.

37 Mentre si avvicinava alla discesa del monte degli Ulivi, TUTTA LA FOLLA DEI DISCEPOLI, esultando, cominciò a lodare Dio a gran voce, per tutta quella manifestazione di potenza che avevano visto, 38 dicendo: «Benedetto colui che VIENE, IL RE, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!». 39 Ma alcuni farisei, fra la folla, gli dissero: «Maestro, minaccia i tuoi discepoli». 40 Rispondendo, disse loro: «Vi dico che se questi tacciono, grideranno le pietre».

L’accoppiamento lode-gloria si ritrova nei due passi (18,43 e 19,37.38); Gesù è sempre colui che «viene» (18,37 e 19,38).

Bisognerebbe dire altrettanto a proposito del terzo e del quinto passo. Ma passiamo alla parabola centrale:

11 Mentre essi stavano ad ascoltare queste cose, Gesù disse ancora una parabola perché era vicino a Gerusalemme ed essi credevano che il Regno di Dio era sul punto di manifestarsi da un momento all’altro.

12 Disse dunque: «Un uomo nobile partì per una regione lontana per ricevere il titolo di re e poi ritornare. 13 Chiamati dieci suoi servi, diede loro dieci mine e disse loro: “Fatele produrre fino al mio ritorno”. 14 I suoi concittadini però lo odiavano e mandarono dietro a lui un’ambasceria dicendo: “Non vogliamo che costui regni su di noi”. 15 Avvenne che, quando fu di ritorno, dopo aver ricevuto il titolo di re, disse di convocare i servi ai quali aveva dato il denaro, per sapere quanto ciascuno l’avesse fatto fruttare. 16 Gli si presentò il primo, che disse: “Signore, la tua mina ha fruttato dieci mine”. 17 Gli disse: “Bene, bravo servitore; poiché sei stato fedele in così poco, ricevi il potere su dieci città”. 18 Gli si presentò il secondo che disse: “Signore, la tua mina ha fruttato cinque mine”. 19 A costui disse: “Anche tu sarai a capo di cinque città”.

20 Venne l’altro e disse: “Signore ecco la tua mina, che ho tenuta riposta in un fazzoletto; 21 avevo paura di te che sei un uomo severo, che prendi quello che non hai depositato e mieti quello che non hai seminato”. 22 Gli disse: “Dalle tue stesse parole ti giudico, cattivo servo! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho depositato e che mieto quello che non ho seminato. 23 Perché non hai consegnato il mio denaro alla banca”! Al mio ritorno l’avrei ritirato con gli interessi”.

24 Disse poi ai presenti: “Toglietegli la mina e datela a colui che ha dieci mine”. 25 Gli dissero: “Signore, ha già dieci mine!”. 26 Vi dico: A chiunque ha, sarà dato, e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. 27 Quanto ai miei nemici che non volevano che regnassi su di loro, conduceteli qui e sgozzateli alla mia presenza». 28 Detto ciò, proseguì avanti (agli altri) salendo verso Gerusalemme.

Non si tratta qui di analizzare la composizione del testo. Basterà mostrare come questa parabola fornisce la chiave di lettura dell’insieme della sequenza.

Confrontando la parabola di Luca con il suo parallelo in Mt 25,14-30, la critica letteraria mostra che l’evangelista ha combinato tra loro due fonti: una racconta la storia del re che riceve l’investitura regale nonostante l’opposizione dei suoi concittadini, l’altra è la parabola delle mine (dei talenti in Matteo; noi diremmo dei lingotti). Quest’ultima è in corsivo nel testo sopra riportato; in grassetto, ciò che è presente in entrambe. L’analisi retorica, definendo il contesto letterario della parabola, permette di comprenderne la funzione nella composizione elaborata da Luca.

Non è solo nella parabola che si fa menzione di un re contestato:

  • Nel secondo passo, il cieco di Gerico riconosce la regalità di Gesù, quando lo chiama per due volte «Figlio di Davide»; Gesù non tiene conto di coloro che lo minacciano per farlo tacere e manifesta la sua autorità guarendolo.
  • Ugualmente, nel sesto passo i discepoli acclamano Gesù «re»; Gesù chiude la bocca a coloro che vorrebbero che minacciasse i suoi discepoli per farli tacere.

Lo stesso dicasi per le mine, che nella parabola i servi del re devono far fruttificare: da una parte, esse ricordano l’uso che Zaccheo ha deciso di fare dei propri beni, dopo l’incontro con Gesù; dall’altra, preannunciano i beni che la gente del villaggio mette a disposizione di Gesù, lasciandogli prendere il loro asinello, e le vesti che i discepoli offrono per intronizzare il re.

I due aspetti della parabola sono complementari: riconoscere il potere del re implica mettersi al suo servizio pagando di persona.

Restano i due passi estremi, in cui Gesù annuncia la sua passione e quella di Gerusalemme. Queste due profezie rivelano una dimensione della regalità di Gesù, che il resto della sequenza potrebbe dare l’impressione di lasciare in ombra. Il finale della parabola, con quei nemici che il re fa sgozzare alla sua presenza (19,27), appare ben poco evangelica! Lo sarebbe effettivamente, se si leggesse la parabola fuori dal proprio contesto. Gesù è veramente re, ma un re «dato ai pagani» (18,32): sarà messo a morte al posto dei suoi «nemici» (19,27), quegli stessi «nemici» pagani (19,43) che distruggeranno anche Gerusalemme.

Se la sorte di Gerusalemme è messa in parallelo con quella di Gesù, questo è senza dubbio ancora un modo per far capire che Gesù ne è il re: ogni sovrano degno di questo nome, infatti, deve condividere il destino del suo popolo, identificato qui con la sua capitale, Gerusalemme.

La sequenza di Luca, analizzata a grandi linee, è solo un esempio fra altri. Ho mostrato altrove (L’évangile selon Saint Luc, 1988) che il terzo vangelo è composto in maniera rigorosa non solo a livello delle sue ventotto sequenze, ma anche delle sue quattro sezioni (o insiemi di sequenze), fino ad abbracciare tutto il libro. Lo stesso vale per il libro di Amos che, insieme a Pietro Bovati, ho analizzato in maniera ancora più approfondita (Le Livre du prophète Amos, 1994).

Il numero dei libri biblici studiati da questo punto di vista è ancora limitato. Nel 1824 Thomas Boys scriveva che il metodo si trovava nella sua prima infanzia. Da allora è cresciuto, ma gli resta ancora molta strada da percorrere.

GLOSSARIO MINIMO DI RETORICA BIBLICA

Analisi retorica: Operazione che consiste nell’individuare la composizione dei testi ai diversi livelli della loro organizzazione e di studiare i rapporti formali e di significato tra unità simmetriche; i livelli, in ordine crescente, sono:

  • il membro, sintagma che generalmente comprende due o più termini;
  • il segmento, che comprende uno, due o tre membri (segmenti unimembri, bimembri, trimembri);
  • il brano, che comprende uno, due o tre segmenti;
  • la parte, che comprende uno, due o tre brani;
  • il passo, che comprende una o più parti;
  • la sequenza, che comprende uno o più passi;
  • la sezione, che comprende più sequenze;
  • il libro, che comprende più sezioni.

Analisi semiotica: Studio dei sistemi di significazione che cerca di rendere conto della forma del contenuto, cioè dell’organizzazione del significato a livello discorsivo, narrativo e logico-semantico.

Composizione concentrica: Composizione letteraria in cui gli elementi simmetrici sono ripresi in ordine rovesciato, dopo un elemento centrale (ABCD /x/ D’C’B’A’). Le composizioni (o strutture) concentriche spesso sono chiamate chiasmi; in senso stretto, però, il chiasmo è la costruzione incrociata di quattro elementi (AB / B’A’).

Composizione parallela: Composizione letteraria in cui gli elementi simmetrici sono ripresi nello stesso ordine (ABCD / A’B’C’D’).

Parallelismo dei membri: Figura di base della retorica biblica in cui una prima proposizione (membro) è seguita da un’altra proposizione ad essa corrispondente in modo o sinonimico (i due membri hanno il medesimo significato), o antitetico (i due membri hanno un significato opposto), o sintetico (i due membri sono complementari).

Pericope: Passo biblico (racconto, parabola, discorso, ecc.) usato come unità di lettura (nella liturgia o altrove).

Retorica: La retorica classica, ereditata dai Greci e poi dai Romani, è definita come l’arte di piacere e di convincere mediante discorsi orali o scritti. Si chiama retorica biblica l’insieme delle leggi non scritte, seguite dagli autori per comporre i loro scritti.

Sintagma: Insieme di parole che formano un’unità sintattica.