Una lettera di pace

Pochi sanno che quello delle “lettere di pace” fu un vero e proprio genere letterario, inventato dai primi cristiani come variante dell’epistolografia di raccomandazione diffusa nel mondo greco-romano.

La “lettera di pace” era generalmente una breve composizione, attraverso la quale un singolo o una comunità si rivolgevano ad altri per auspicare l’accoglienza “in pace” di un “fratello”, sulla base della comune appartenenza a Cristo. La consuetudine rimandava implicitamente alle parole dello stesso Gesù, che in varie occasioni aveva invitato i discepoli allo stare in pace fra di loro (cf. Mc 9,50), e a ricevere (o far ricevere) gli apostoli con l’onore dovuto a colui che li inviava, perché «chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha inviato» (Mt 10,40; cf. Lc 10,16; Gv 13,20; Didachè 11,4 e 16,4).

Un primo di esempio di lettera di pace, come spiega Peter Arzt-Grabner in un articolo di prossima pubblicazione (La ricezione delle parole di Gesù nelle lettere private cristiane), può essere rintracciato in un papiro egiziano del III secolo, P.Alex. 29: «Rallegrati nel Signore, mio diletto fratello Massimo… io ti saluto. Ricevi in pace il nostro fratello Difilo, che sta per raggiungerti: per mezzo suo, io e quelli che stanno con me ti salutiamo, e salutiamo anche i tuoi. Prego perché tu stia bene, diletto fratello nel Signore».

Anche Paolo si trovò spesso ad invitare le proprie comunità alla “pace”. Ai fratelli di Corinto, ad esempio, egli raccomanda la buona accoglienza di due delegati ufficiali (Tito e un inviato senza nome): «Date loro una prova del vostro affetto, e della legittimità del nostro vanto per voi davanti a tutte le chiese» (2Cor 8,24). Poco oltre, nella stessa lettera, la comunità è esortata a vivere in pace, senza contrasti (13,11).

Quello di “stare in pace” è quindi un invito ricorrente, che compare per la prima volta, all’interno dell’epistolario paolino, in 1Ts 5,13: «Siate in pace tra di voi» (eirēneúete en heautoîs). L’imperativo di Paolo ha una qualche somiglianza con l’invito di Gesù in Mc 9,50 («Siate in pace gli uni con gli altri»: eirēneúete en allēlois), che l’evangelista pone in calce al famoso detto sul “sale” che non deve perdere il suo sapore. La formula ritorna anche in altri scritti delle origini (con una certa frequenza, ad es., nel Pastore di Erma), e non allude semplicemente al “fare la pace”, quanto piuttosto al “mantenere la pace”, ad essere costruttori e artefici di pace: segno distintivo della vita in Cristo.

Come non pensare a tutto questo, allora, leggendo la lunga lettera, “umile e forte”, che Benedetto XVI ha oggi indirizzato ai vescovi, a proposito della contestatissima reintegrazione della Fraternità di San Pio X nella Chiesa cattolica? Una riconciliazione non semplice, che ha suscitato malumore in molti ambienti ecclesiali.

La lettera di pace” del Papa, considerando i passaggi anticipati ieri dal vaticanista Andrea Tornielli, sembra indirizzata soprattutto a questi ultimi, a cuore aperto:

Sono rimasto rattristato dal fatto che anche cattolici, che in fondo avrebbero potuto sapere meglio come stanno le cose, abbiano pensato di dovermi colpire con un’ostilità pronta all’attacco […]. Non si può congelare l’autorità magisteriale della Chiesa all’anno 1962 – ciò deve essere ben chiaro alla Fraternità. Ma ad alcuni di coloro che si segnalano come difensori del Concilio deve essere pure richiamato alla memoria che il Vaticano II porta con sé l’intera storia dottrinale della Chiesa. Chi vuole essere obbediente al Concilio, deve accettare la fede professata nel corso dei secoli e non può tagliare le radici di cui l’albero vive».

Perché anche in questo caso, ci permettiamo di osservare, il rischio sarebbe quello di perdere il proprio “sapore”.

2 thoughts on “Una lettera di pace

  1. Bravo Luigi. Una lettera di Pace che speriamo sia accolta dai lefreviani. Sembra che in effetti molto di buono si sta muovendo tra essi. Però, lo dico anche a causa di certe ostilità rivoltemi da alcuni lettori tradizionalisti su FdF per i miei articoli “ratzingheriani” a loro dire, non tutti i tradizionalisti sebrano voler accogliere questo magnifico odno della Provvidenza. Preghiamo per loro.
    Un saluto.

    Luigi Copertino

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