In margine all’ebraicità di Paolo

Rispondo da qui ad alcune osservazioni apparse tra i commenti al post “Giudei e Greci o Giudei e Gentili?”, nel quale citavo un’interpretazione avanzata da Bruce Malina e John Pilch, nel loro Social-Science Commentary on the Letters of Paul.

Posso assicurare l’amico Luigi che le cose non stanno esattamente come sembra. C’è, è vero, una certa propensione della critica recente a enfatizzare (e in qualche caso a fraintendere) l’ebraicità di Paolo – nei termini che avremo modo di considerare più avanti, se i lettori avranno la pazienza di seguirci – , ma non è davvero il caso dei due autori citati: il loro obiettivo è semplicemente quello di comprendere Paolo nel suo contesto storico-sociale, a partire dalle coordinate culturali del suo tempo. A B. Malina, da questo punto di vista, viene addirittura rinfacciata una scarsa simpatia per il giudaismo contemporaneo, proprio per la differenza marcata ch’egli pone tra l’essere “ebrei” nel I secolo e l’esserlo oggi, oltre che per le aspre critiche alla politica culturale dello Stato d’Israele ch’egli spesso inserisce nelle sue opere (con piglio volutamente provocatorio).

Riporto allora in calce, senza commento, tre esempi dal libro cui si faceva riferimento, che aiuteranno a cogliere meglio la prospettiva di questo autore, al di là delle argomentazioni addotte:

1. «Many modern readers of Paul confuse twenty-first-century Jewishness, based on the sixth-century C.E. Talmud, with the Judean customs of antiquity. Many think that in antiquity, the main infallible and usable marker distinguishing an Israelite from a non-Israelite was circumcision (…). The point is that one cannot presume Israelite identity was evident because of circumcision. Many Yahweh worshipers were spread around the Mediterranean centuries before the Maccabean reforms of the 150 B.C.E. that introduced circumcision as a distinguishing marker of Judean identity» (pp. 14-15).

2. «The fact is the Pharisee elites or scribes were organized by Johannan ben Zakkai only after the destruction of Jerusalem, when Jesus groups already existed quite independently of Jerusalem. Jesus groups were Israel awaiting the theocracy proclaimed by Jesus. Later Ben Zakkaist groups were Israel awaiting the restoration of the Temple. While Jesus groups were earlier in time and some of their number claim to being true Israel, it is historically false to consider Jesus groups as the “younger brother” of “older brother” Ben Zakkaism. Jesus groups were in historical fact older. If anything, Ben Zakkaist scribal Pharisees, whose opinion formed the collection known as the Mishna, sought to co-opt Israelite identity, and this they eventually did with the rise of Christendom and the rabbinization of non-Jesus-group Israelites» (p. 374).

3. «It is a common mistake in scholarship to consider first-century Israelites around the Mediterranean basin as the type of single-voiced entity one finds in the forms of modern Ashkenazi Jewishness in the United States and northern Europe. The Khazars were a Turkic people who converted to rabbinic Judaism in the ninth century C.E., to eventually settled in largely Slavic lands. Eighty-four percent of all Jews before World War II lived in Poland, and they were Khazar Jews (see the website www.khazaria.com). Most Christians derive their image of ancient Semitic Judeans from images of contemporary non-Semitic Khazar Jews. The point is there was no lineal development from early Israel to contemporary Khazar Jewishness» (pp. 179-180).

One thought on “In margine all’ebraicità di Paolo

  1. Grazie, per la precisazione.
    L’osservazione sui “non-semitic Khazar Jews” bisognerebbe inoltrarla ad un mio amico giornalista in pensione, ex editorialista di Avvenire ora direttore di un sito cattolico tradizionalista, che spesso insiste, in funzione oppositiva alla politica dello Stato di Israele e del sionismo, sulla non ebraicità di gran parte degli attuali “ebrei khazari”. Credo che la cosa gli farebbe piacere.
    Saluti.

    Luigi Copertino

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